Quaderni

 

 

Quaderni di formazione permanente n. 19: La salvezza cristiana come salvezza trinitaria

Quaderni di formazione permanente n. 20: L’esperienza del Dio Trinitario nella prassi cristiana

Quaderni di formazione permanente n. 21: L’opzione per i poveri e gli schiavi nella missione dei trinitari oggi

Quaderni di formazione permanente n. 22: Una riflessione sull’attuale missione dell’Ordine in Europa

Quaderni di formazione permanente n. 23: DIMENSIONE MISSIONARIA DELLA FRATERNITÀ TRINITARIA

Quaderni di formazione permanente n. 24: LA SOLIDARIETÀ DEL TRINITARIO CON I POVERI SECONDO IL SANTO RIFORMATORE

Quaderni di formazione permanente n. 25: VITA E APOSTOLATO, DUE FACCE DELLO STESSO IMPEGNO NEL TRINITARIO

Quaderni di formazione permanente n. 26: LA “TERTIA PARS”, ELEMENTO CHIAVE NELL’ESPERIENZA CARISMATICA  TRINITARIA – LA SUA VIGENZA OGGI

 

Archivio Quaderni:

1. Il carattere proprio della spiritualità trinitaria

2. L'inabitazione trinitaria

3. Commento della lettera di Giovanni Paolo II ai Trinitari, in occasione dell'VIII Centenario dell'Ordine

 4: CONSACRAZIONE ALLA TRINITÀ

 5: la preghiera trinitaria

 6: trinità ed eucaristia

7: L’ESPERIENZA  DEL DIO TRINITARIO NEL MINISTERO PASTORALE

8: Come intendere la missione dell'Ordine Trinitario "oggi" nella Chiesa

9: I Trinitari nella "Nuova" identità della Chiesa. Le Costituzioni dal 1933 al 1969-1983

10: La spiritualità trinitaria. Elementi essenziali dell’esperienza trinitaria

TOP

Quaderni di formazione permanente n. 19

La salvezza cristiana come salvezza trinitaria

1. Questioni preliminari

        1.1  Concezioni orizzontali o salvezza terrena.

        1.2  Salvezza ultraterrena

        1.3  Concetto unitario di salvezza

2. Dimensione trinitaria della salvezza

        2.1 Dio Padre, fonte e origine di salvezza

        2.2 Gesù Cristo, “Salvatore del mondo” (Gv 4,42)

                    2.2.1 Catechesi dei Sinottici

                    2.2.2 La teologia paolina

                    2.2.3 La teologia giovannea

        2.3 Lo Spirito Santo, perfezionatore della salvezza

                    2.3.1 Lo Spirito realizza la salvezza tramite la Parola.

                    2.3.2 La salvezza, opera dello Spirito, che agisce mediante i sacramenti

                    2.3.3 I carismi e i frutti dello Spirito

        2.3.4 Segnati dallo Spirito per il giorno di salvezza (Ef 4,30)

3. Conclusione

Bibliografía

Spunti per il dialogo

 

TOP QUADERNI

 

Quaderni di formazione permanente n. 19

 

La salvezza cristiana come salvezza trinitaria

José Luis Aurrekoetxea

 

 

Il problema della salvezza è al centro di tutte le religioni, dato che si presenta come una risposta ai problemi fondamentali dell’uomo: il dolore, il male, la morte; in una parola, il senso della vita. Per esprimere la salvezza di cui l’uomo ha bisogno, la Bibbia si serve di due immagini che rimandano a due situazioni umane fondamentali: la malattia e la schiavitù.

La salvezza è salute, cioè, pienezza di vita. In effetti, la malattia, segno premonitore di morte, mette in pericolo la nostra stessa esistenza. Ci ricorda la nostra limitatezza, che contraddice il nostro desiderio di vivere in eterno. Ritrovare la salute è, quindi, salvarsi, come dicono la maggior parte delle nostre lingue. La stessa cosa accade nei Vangeli, dove la stessa parola “sozéin” significa la restituzione della salute fisica accordata da Gesù, e la salvezza integrale della persona, opera di Dio.

L’altra immagine è presa dal contesto della vita sociale e politica. La schiavitù può riferirsi sia al singolo schiavo, sia al popolo sottomesso o deportato. Questo popolo pienamente libero conduce un’esistenza inferiore, sottomessa a vessazioni e violenze, sogna la libertà. Ci riferiamo al popolo ebreo in Egitto. La liberazione politica dalla schiavitù egiziana è stata vissuta come salvezza, come simbolo di liberazione da ogni male e accesso alla terra promessa.

Queste due situazioni di angoscia, colpiscono l’umanità in modo radicale e appartengono alla propria condizione. Di seguito sono riportate solo salvezze provvisorie, che interpellano l’uomo sulla salvezza assoluta, cioè, una vita libera e definitivamente risorta.

 

TOP

1.      Questioni preliminari

1.1  Concezioni orizzontali o salvezza terrena.

 

È l’atteggiamento dell’umanesimo radicale, secondo cui l’uomo ha in se stesso la capacità di vincere ogni male e raggiungere ogni meta. L’Illustrazione presumeva che la diffusione del sapere e l’estensione generale dell’educazione, bastassero da soli per realizzare la liberazione dell’uomo, o che attraverso il progresso, i mali principali della società, potessero essere definitivamente eliminati. Allo stesso modo, lo sviluppo tecnico e le recenti conquiste della scienza, hanno diffuso in molti, la convinzione di una potenza quasi illimitata, l’illusione di poter risolvere tutti i problemi, compresa la malattia e la morte. In oltre, le scienze umane hanno dato a molti l’impressione che anche i problemi fondamentali dell’esistenza, la solitudine, l’incapacità di amare, il senso dell’esistenza, avessero trovato soluzioni nella scienza. Su questa linea, i così chiamati “maestri del sospetto” della cultura contemporanea, propongono il rifiuto di Dio come la via per l’autentica liberazione e realizzazione dell’uomo sul piano sociale (Marx), psicologico (Freud) ed etico (Nietzche).

 

TOP

1.2  Salvezza ultraterrena

 

Al polo opposto si trova la corrente teologica che considera la salvezza esclusivamente come una situazione che inizia dopo la morte e, definitivamente, con la resurrezione dei morti, negando ogni anticipazione storica. Ogni riflesso presente di salvezza, facendo dipendere il futuro salvifico esclusivamente dalla volontà di Dio, riducendo il contributo umano solo all’atteggiamento di fede in Lui, o al merito acquisito col le opere buone. Da questa prospettiva, il tempo presente è il tempo della misericordia, ovvero, il luogo concesso all’uomo per fuggire dalla giustizia di Dio in virtù di una concessione benigna dello stesso Dio. In effetti, con la morte termina il tempo della misericordia, e la giustizia di Dio considererà come positivo, ciò che la sua grazia abbia operato attraverso la fede dell’uomo peccatore.

TOP

1.3  Concetto unitario di salvezza

 

A partire dal Vaticano II, la teologia ha insistito sulla relazione intima tra il presente ecclesiale e il futuro salvifico e tende all’unificazione dei fini dell’uomo. Mentre la teologia classica si distingueva tra un fine naturale, autonomo e sufficiente, e uno sovrannaturale, gratuito e associato da un dono misericordioso di Dio, la teologia illustra l’intimo rapporto tra la storia, il lavoro, l’impegno temporale e il destino eterno dell’uomo, fino al punto di parlare di un unico fine concreto dell’uomo nel piano di Dio. Il Vaticano II, tralasciando le disquisizioni teoriche, ha optato per un’unica vocazione storica dell’uomo:

“Cristo morì per tutti e la vocazione definitiva dell’uomo è realmente una sola, cioè, la vocazione divina. Di conseguenza dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo offra a tutti la possibilità che, in un modo conosciuto solo da Dio, si uniscano a questo mistero pasquale” (GS 22).

Questa sottolineatura unitaria ha favorito la spiritualità dell’incarnazione, che sottolinea la dimensione storica della salvezza e insiste sulla relazione intrinseca tra l’impegno temporale e la salvezza dell’uomo. In poche parole, nella teologia preconciliare il termine salvezza si riferiva alla situazione definitiva dell’uomo dopo la morte, e alla sua vita in Dio; al contrario, nella teologia attuale, si riferisce abitualmente a tutte le fasi della vita umana.

 

TOP

2.      Dimensione trinitaria della salvezza

 

Il termine “soter” (Salvatore) appare nel N.T. 22 volte: in 8 di questi testi si applica a Dio (Padre), e in 14 a Gesù Cristo. Bisogna avvertire che la maggioranza di questi testi appartengono alle lettere pastorali. Questa statistica ci indica, già di per se stessa, che la salvezza, che trova la sua origine nel Padre, si realizza per mezzo di Gesù Cristo, “nostro Salvatore”, e si consuma mediante l’azione santificatrice dello Spirito Santo. Il dinamismo interno di questa manifestazione di Dio per la salvezza dell’uomo è guidato dall’amore, “Dio è amore” (1 Gv 4, 8.16). Questa frase traduce l’esperienza fondamentale e decisiva fatta dall’uomo nella storia della salvezza, e significa che Dio chiama gli uomini alla comunione personale con Lui per mezzo di suo Figlio nello Spirito. Per ampliare il senso di questa definizione possiamo citare i testi seguenti, dove l’amore appare come la rivelazione della Trinità economica:

“Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui” (Gv. 3, 16-17). “Cristo vi ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore” (Ef. 5, 2; Gal. 2, 20). “La speranza poi non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rm. 5,5).

In questo paragrafo svilupperemo in modo specifico la dimensione trinitaria della salvezza: come trova la sua origine nel Padre, la sua realizzazione nel Figlio e termina nello Spirito Santo.

TOP

2.1 Dio Padre, fonte e origine di salvezza

 

“La salvezza, la gloria e il potere, appartengono al nostro Dio” (Ap 19,1). Così recita la moltitudine immensa dei beati nel cielo: la salvezza, rappresentata nel banchetto di nozze dell’Agnello (19,7), appartiene a Dio Padre, si deve a Lui. Il N.T. utilizza il termine “disegno” per riferirsi al piano salvifico di Dio sugli uomini:

“Dio infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo proposito e la sua grazia; grazia che ci è stata data in Cristo Gesù fin dall'eternità” (2 Tim. 1,9).

Questo disegno di Dio è l’oggetto della predicazione della Chiesa. Paolo nel discorso d’addio agli anziani della Chiesa di Efeso, sottolinea che non si è sottratto al compito di annunciare “tutta la volontà di Dio” (At. 20,27). É evidente la relazione che esiste tra questo disegno e la testimonianza data dallo stesso Paolo “di rendere testimonianza al messaggio della grazia di Dio” (At 20,24); è chiara anche la relazione del disegno con la “predicazione del Regno di Dio” (At 20,25), che l’Apostolo menziona alcuni versi prima. Paolo, annunciando il vangelo rende testimonianza sul disegno di Dio che tende ad edificare il regno annunciato. A partire da questi testi abbiamo un’approssimazione per ciò che intendiamo per disegno di Dio: è la volontà di Dio di costruire un regno i cui cittadini credono e sperano che si realizzi per la grazia di Dio promessa nel vangelo e si affannano per rendere testimonianza di essa. Lo stesso vangelo è concepito in uno dei più celebri paesaggi paolini come “una forza di Dio per la salvezza di chiunque crede” (Rm. 1,16). In un altro passaggio della 1ª di Pietro, si mette in relazione anche la salvezza con lo spiegamento della potenza di Dio:

“Dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, per la vostra salvezza, prossima a rivelarsi negli ultimi tempi” (1 Pt. 1,5).

La salvezza, derivante dalla potenza di Dio, è disposta a rivelarsi, però questa rivelazione necessita di mediazioni che la chiariscano e le permettano di irrompere nel tempo e nel mondo. La prima e principale mediazione è la parola. Per indicare che la forza salvifica di Dio è arrivata a noi, si può dire realmente che “a voi è stata inviata questa parola di salvezza” (At 13,26), espressione che si riferisce alla venuta di Cristo. San Paolo afferma anche su questa linea: “questo è il vangelo che vi salva” (1 Co 15,2). L’accoglienza fedele di questa parola, costituisce la fase ultima della mediazione. “La forza di Dio ci custodisce per la salvezza mediante la fede” (1 Pt. 1,5), cioè mediante l’atteggiamento radicale dell’uomo di aprirsi e di ricevere la salvezza gratuita di Dio mediante l’atto di fede soggettiva.

Riassumendo possiamo dire che il Padre è il Salvatore che è l’unica origine della salvezza (Tit 1,3; 1 Tim 1,1; Gud 25), perché egli è la bontà originale che deve manifestarsi agli uomini. Appartengono al Padre, quindi, il mistero di salvezza nella sua bontà originale e il disegno di salvezza per tutti gli uomini (1 Tim 2,3-4; 4, 10), disegno che sarà raggiunto per mezzo di suo Figlio Gesù Cristo.

 

TOP

2.2 Gesù Cristo, “Salvatore del mondo” (Gv 4,42)

 

Nella 1ª lettera di Giovanni troviamo questa confessione di fede:

“noi stessi abbiamo veduto e attestiamo che il Padre ha mandato il suo Figlio come salvatore del mondo” (1 Gv. 4,14).

Questa affermazione teologica percorre tutti gli strati del N.T., dalla nascita di Gesù fino alla sua esaltazione alla destra del Padre.

 

2.2.1 Catechesi dei Sinottici

 

Nell’annuncio a Giuseppe, l’angelo gli dice: “tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Mt 1,21). Un angelo annuncia anche ai pastori la nascita di Gesù in questi termini:

“vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore” (Lc 2, 10-11).

Questo è la missione che realizzerà Gesù durante tutta la sua vita pubblica, curando i malati, perdonando i peccati, privilegiando i poveri e gli emarginati, mostrandoci nelle sue parabole il volto misericordioso del Padre, in una parola, annunciando l’arrivo del Regno di Dio (Mc 1,15; Mt 12,28). Il senso e la ragione di essere della sua vita, resta perfettamente riflesso in questa sua frase: “il Figlio dell'uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto” (Lc 19,11).

TOP

2.2.2 La teologia paolina

 

Gli scritti paolini e postpaolini, centrano l’azione salvifica di Gesù sul mistero pasquale, sulla morte e resurrezione. È qui che arriva al suo punto culminate il disegno salvifico del Padre. Di seguito trascriviamo alcuni testi più importanti:

“Ora invece… sono giustificati gratuitamente (i peccatori) per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù. Dio lo ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue, al fine di manifestare la sua giustizia, dopo la tolleranza usata verso i peccati passati, nel tempo della divina pazienza. Egli manifesta la sua giustizia nel tempo presente, per essere giusto e giustificare chi ha fede in Gesù” (Rm 3, 24-26).

La forza salvifica del Padre si è manifestata in modo definitivo “ora” (l’ora messianica) in Cristo crocifisso, costituito strumento del perdono (ilasterion). L’uomo ha accesso a questa salvezza mediante la fede, nella sua morte.

“Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. A maggior ragione ora, giustificati per il suo sangue, saremo salvati dall'ira per mezzo di lui. Se infatti, quand'eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita”. (Rm 5, 8-10). “Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?” (Rm 8,32).

In questi testi appare chiaro che la manifestazione suprema dell’amore del Padre, consiste nel dono di suo Figlio fino alla morte. Per questo gesto supremo d’amore, Dio pone gli uomini nel processo della salvezza, perché li riconcili con lui e li salverà definitivamente per farli partecipi della sua vita.

Questa spessa prospettiva appare nelle lettere deutero-paoline:

“Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo: per grazia infatti siete stati salvati. Per questa grazia infatti siete salvi mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone che Dio ha predisposto perché noi le praticassimo” (Ef. 2, 4-5; 8-10).

All’origine della salvezza dell’uomo c’è l’amore e la misericordia di Dio, che per pura grazia ci ha salvato in Cristo mediante la fede, realizzandosi così in noi una nuova creazione (cf. 2 Co 5, 17; Gal 6,15).

TOP

2.2.3 La teologia giovannea

 

Gli scritti giovannei ci presentano lo stesso schema teologico di salvezza. All’origine di tutto c’è l’amore del Padre per gli uomini, che trova la sua suprema rivelazione nell’invio e nel dono di suo Figlio perché il mondo si salvi per mezzo di lui (cf. Gv 3, 16-17). Vedendo l’azione salvifica del Padre realizzata in Gesù, l’autore del quarto vangelo può affermare che Gesù, “è il Salvatore del mondo” (Gv. 4, 42), inviato da Dio. La predicazione di Gesù ha come fine la salvezza dei suoi ascoltatori (Gv. 5, 34). La sua funzione come mediatore di salvezza appare anche esposta con chiarezza:

“Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo” (Gv 10,9), “perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo” (Gv 12, 47). “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Gv. 14, 6).

La salvezza realizzata da Gesù, arriva a ciascuno dei credenti attraverso i sacramenti: la rigenerazione attraverso l’acqua dello Spirito (Gv 3,5), il sacramento del suo corpo e del suo sangue, dove ha luogo la comunione intima tra Gesù e il credente (Gv 6,56). Le sue parole hanno un valore salvifico perché sono spirito e vita (Gv 5,34; 6,63). Lui è venuto per dare vita agli uomini e perché l’abbiano pienamente. Egli è il buon pastore che dà la vita per il suo gregge (Gv 10,10-11).

TOP

2.3 Lo Spirito Santo, perfezionatore della salvezza

 

La salvezza che trova la sua origine nel Padre è stata realizzata nel mistero di Cristo, arriva a ciascun uomo attraverso l’azione dello Spirito Santo. Egli è l’anima della Chiesa, realizza questa salvezza nei membri del popolo di Dio attraverso la parola predicata e scritta già nei sacramenti e nei carismi; in questo modo conduce la comunità cristiana verso la salvezza escatologica.

 

2.3.1 Lo Spirito realizza la salvezza tramite la Parola.

 

Sono molti i testi del N.T. che parlano del valore salvifico della Parola di Dio (At 20,32; Eb 4,12; 1P 1,22-25; San 1, 18-21). La ragione è che questa Parola è stata proclamata e scritta per ispirazione dello Spirito, soffio vitale di Dio. Nella 1ª lettera di Pietro c’è un testo classico in cui appare l’azione dello Spirito sulla parola annunciata nell’A.T. relativo alla salvezza:

“Su questa salvezza indagarono e scrutarono i profeti che profetizzarono sulla grazia a voi destinata cercando di indagare a quale momento o a quali circostanze accennasse lo Spirito di Cristo che era in loro, quando prediceva le sofferenze destinate a Cristo e le glorie che dovevano seguirle. E fu loro rivelato che non per se stessi, ma per voi, erano ministri di quelle cose che ora vi sono state annunziate da coloro che vi hanno predicato il vangelo nello Spirito Santo mandato dal cielo” (1 P 1, 10-12).

Questo testo contiene in sintesi l’azione dello Spirito nei profeti e negli apostoli. Il centro di tutto è il mistero di Cristo, che è mistero di “salvezza”, è “grazia” e consiste “nella sofferenza e glorificazione” di Cristo. Questo mistero è stato annunciato dai profeti, che possedevano “lo Spirito di Cristo dandone testimonianza”. “Ora”, cioè, in questa tappa definitiva, gli apostoli ricevono lo Spirito inviato dal cielo per Gesù Cristo già glorificato per “annunciare il vangelo”, la grande notizia della salvezza in Cristo.

Questa parola dei profeti e degli apostoli, è contenuta nella Sacra Scrittura e ha un valore salvifico perché è stata scritta per “dagli uomini che hanno parlato da parte di Dio spinti dallo Spirito Santo” (2 Pt 1,20-21). È ciò che viene posto in rilevo nel testo conosciuto della 2ª lettera a Timoteo:

“Tu però rimani saldo in quello che hai imparato e di cui sei convinto, sapendo da chi l'hai appreso e che fin dall'infanzia conosci le sacre Scritture: queste possono istruirti per la salvezza, che si ottiene per mezzo della fede in Cristo Gesù. Tutta la Scrittura infatti è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l'uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona” (2 Tim 3, 14-16).

In questo brano l’oggetto proprio della dichiarazione, è l’efficacia della Sacra Scrittura. Questa Scrittura è designata come parola viva uscita dalle labbra di Dio. Quando la sua parola viva e rivelatrice si converte in scrittura, non si trasforma in lettera morta, ma continua ad essere Scrittura vivificata dal soffio divino che è il suo Spirito e perciò può “comunicare la sapienza in ordine alla salvezza”.

 

TOP

 

2.3.2 La salvezza, opera dello Spirito, che agisce mediante i sacramenti

 

Sebbene lo Spirito Santo agisca tramite i sette sacramenti, qui vogliamo riferirci solo al battesimo e all’eucaristia. Lo Spirito Santo agisce nella salvezza dell’uomo nel sacramento del battesimo. Così appare nell’affermazione di Gesù a Nicodemo:

“In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio” (Gv 3,5).

Nella lettera a Tito, troviamo un testo dove appare tutta la Trinità che opera la salvezza dell’uomo tramite il “battesimo rigeneratore”:

“Quando però si sono manifestati la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini, egli ci ha salvati non in virtù di opere di giustizia da noi compiute, ma per sua misericordia mediante un lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo, effuso da lui su di noi abbondantemente per mezzo di Gesù Cristo, salvatore nostro” (Tit 3, 4-6).

L’amore e la misericordia del Padre, salvano l’uomo tramite la nuova nascita e rinnovamento nello Spirito Santo, che avviene nel battesimo. Lo Spirito, che è stato effuso su tutta l’umanità mediante la morte e resurrezione di Cristo (cf. At. 2, 33), fa si che chi è rinato interiormente si rinnovi di giorno in giorno e trasformandosi in immagine del Signore risorto (2 Co 4,16; 3, 18).

L’eucaristia, sacramento di salvezza, è la memoria attualizzata della morte e resurrezione di Cristo. Quindi, lo Spirito ha agito nella morte (Eb 9, 14) e nella resurrezione di Cristo (Rom 8, 11). Perciò, nella preghiera eucaristica, si invoca lo Spirito nelle due epiclesi, perché realizzi la trasformazione dei doni e l’unità dei membri della Chiesa.

TOP

2.3.3 I carismi e i frutti dello Spirito

 

Lo Spirito Santo realizza la salvezza nella Chiesa mediante i carismi che distribuisce tra tutti i fedeli (1 Co 12, 28; Rom 12, 4-8; Ef 4, 11-12), carismi che sono ordinati al servizio del prossimo e all’edificazione della Chiesa. Il cristiano vive grazie allo Spirito; di conseguenza deve agire anche secondo lo Spirito (Gal 5, 25). In questo contesto Paolo menziona i frutti dello Spirito:

“amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5,22).

Allargando il senso, diremo che sono frutti dello Spirito, l’orientamento retto della vita, la capacità rinnovata d’amare, la libertà interiore ed esteriore… Questo sul piano individuale. Sul piano collettivo, il frutto dello Spirito potremmo chiamarlo, clima fraterno, trasparenza mutua, percezione che possiamo fidarci reciprocamente e contare sugli altri…

TOP

2.3.4 Segnati dallo Spirito per il giorno di salvezza (Ef 4,30)

 

Colui che ha ricevuto il battesimo è stato segnato dallo Spirito Santo in vista della salvezza definitiva, per il giorno della redenzione. Nel frattempo possediamo lo Spirito come anticipo, ovvero, come pegno o garanzia della liberazione finale (2 Co 1, 21-22; Ef 1, 13-14; 4,30). Dio ci ha dato le primizie di questa liberazione nella resurrezione di Cristo (1 Co 15, 20-23). Il cristiano, che possiede le primizie dello Spirito (Rom 8,23), vive con la ferma speranza che lo stesso Dio che ha resuscitato Gesù dai morti, farà rivivere i nostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che dimora in noi (Rom 8,11).

 

TOP

3.      Conclusione

 

Da una prospettiva unitaria di salvezza, sono coinvolte tutte le fasi della vita dell’uomo: comincia in questo mondo e terminerà nella vita piena di Dio. In questo senso dobbiamo compiere uno sforzo per dedurre dalla dottrina precedentemente esposta, le conseguenze che da essa derivano. Essere salvati dal Padre significa divenire partecipi della sua natura divina (2 Pt 1,4), giacché nel battesimo abbiamo ricevuto la filiazione divina. Ciò ci conduce a collaborare nel disegno salvifico del Padre, impegnandoci nella salvezza di tutti gli uomini, perché tutti conducano una vita degna della loro condizione, siano rispettati i diritti umani e arrivino alla liberazione integrale. Essere salvati da Gesù di Nazareth significa configurarci a lui, trasformarci nella sua immagine. Questo processo comincia mettendoci alla sua sequela, come ce la presenta nel vangelo, impegnati nella costruzione del regno, affrettando il suo arrivo, privilegiando i più poveri affamati e assetati di giustizia (Mt 5,6). Essere salvati nello Spirito presuppone l’essere rinnovati interiormente da lui (Tit 3,5). Ciò ci conduce ad una nuova visione dell’esistenza, avendo Gesù Cristo come Signore e Dio come Padre, lavorando per la comunione e la solidarietà tra tutti i figli di Dio, orientati sempre verso la salvezza escatologica.

 TOP

Bibliografía

 

AA.VV., El Dios de nuestra salvación (SET 11), Secretariado Trinitario, Salamanca 1977.

AA.VV., Cristo, Redentor del hombre (SET 18), Secretariado Trinitario, Salamanca 1986.

AA.VV., La teología trinitaria de Juan Pablo II (SET 22), Secretariado Trinitario, Salamanca 1988.

A. ARANDA (ed.), Trinidad y salvación, EUNSA, Pamplona 1990.

B. SESBOÜÉ, Jesucristo, el único mediador. Ensayo sobre la redención y la salvación, I-II, Secretariado Trinitario, Salamanca 1990.

 

Spunti per il dialogo

 

1.       Commentare alcuni testi biblici e gli aspetti più salienti del tema.

2.       Implicazioni pratiche del concetto unitario di salvezza nel carisma e nella spiritualità trinitaria.

3.       Gesù Cristo unico Salvatore, e il dialogo interreligioso (Cf. Il documento “Dominus Iesus” della Congregazione per la Dottrina della Fede, del 5 settembre 2000).

4.       Vi è salvezza al di fuori della Chiesa?

5.       Riferimenti o punti di contatto tra la proposta cristiana di salvezza e la sensibilità contemporanea.

6.       Dove è possibile oggi incontrare Cristo Salvatore e fare un’esperienza di salvezza?

 

TOP QUADERNI

 

 

Quaderni di formazione permanente n. 20

L’esperienza del Dio Trinitario nella prassi cristiana

Introduzione

1. Il cristianesimo non è una morale, ma un mistero d’amore…

2. La prassi cristiana è una prassi di unione al mistero di comunione trinitaria, e passa attraverso l’unione al mistero di Cristo e al suo cammino pasquale.

                    Un’applicazione alla nostra spiritualità

3. Il fondamento teologico trinitario e le sue implicazioni nella comprensione e nel linguaggio dell’etica cristiana.

Conclusione

Suggerimenti per il dialogo

 

 

TOP QUADERNI

 

Quaderni di formazione permanente n. 20

 

L’esperienza del Dio Trinitario nella prassi cristiana

 

Pedro Bustinza

 

Introduzione:

 

L’idea che cerco di sviluppare in questa linea, è che la prassi cristiana ha un fondamento teologico e ciò non è altro che l’autocomunicazione amorosa di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo nella storia di Gesù. Ho scritto queste righe rispondendo a dei suggerimenti delle mie letture sul tema del Mistero di Dio e, ultimamente, dei seguenti libri, molto semplici tutti eccetto, forse, più per la sua voluminosità che per altro, quello di M. Vidal.

 

            —VIDAL, M., Nueva moral fundamental. El hogar teológico de la ética, Desclé de Brouwer, Bilbao 2000.

            —CAMBRON, E., La Trinidad modelo social, Ciudad Nueva, Madrid 2000.

            —VON BALTHASAR, H. U., Quién es cristiano, Sígueme, Salamanca 2000.

            —IDEM, Sólo el amor es digno de fe. Sígueme, Salaman7ca 1999.

            —W. KASPER, Introducción a la fe, Sígueme, Salamanca 1989.

 

Penso che, in un modo o nell’altro, e in modo esplicito e come obiettivo in M. Vidal, appare sempre questa necessità di accentuare il fondamento teologico della morale cristiana. Non faccio molte citazioni; non è per pretendere di sembrare originale, che non lo sono, ma forse per mancanza di metodo o perché credo che è il carattere di questo lavoro. Ad ogni modo credo che ciò che è importante è risaltare l’idea centrale.

A conferma di questo accordo già arrivando al fondamento trinitario di tutto, credo che tuttavia resti molta riflessione pendente su una comprensione trinitaria della persona e dell’opera di Gesù e delle sue implicazioni in tutta la teologia e nella prassi cristiana. L’unione tra il cristologico e il trinitario, non credo che abbia soddisfatto tutte le sue possibilità in teologia.

 

TOP

 

1.      Il cristianesimo non è una morale, ma un mistero d’amore…

 

Essenzialmente il cristianesimo non è una morale. È  probabile che questo tuttavia sorprenda a molti; si deve al fatto che ci è corrisposto di vivere in un’epoca eccessivamente “moralista”. M. Vidal, nell’opera citata, ci parla della “sindrome della morale” che è esistita nella Chiesa cattolica, e non solo in tema di vita sessuale, coniugale o familiare, ma negli atti religiosi come il credere, il pregare, il celebrare i sacramenti, ecc., che sono stati considerati sotto la prospettiva preferibile dell’obbligo morale e non come frutto di gioia per la buona notizia dell’amore di Dio rivelato in Cristo e per la libertà di figli alla quale siamo stati chiamati nello Spirito (cf. p. 681 ss; 243 ss). Anche H.U.V. Balthasar, si riferisce subito al pericolo di un riduzionismo etico della fede cristiana. Quasi possiamo dire che abbiamo vissuto la fede cristiana dal punto di vista degli imperativi morali, invece di vivere l’amore di Dio manifestato in Cristo come fondamento e orientamento di ogni prassi. Penso che il moralismo, che tuttavia non abbiamo superato, sia uno degli ostacoli per vivere la nostra fede in allegra pienezza. Perciò, così come si è scritto che la teologia dogmatica, colpita frequentemente da una eccessiva razionalità, deve recuperare il suo fondamento trinitario (Bruno Forte parla della necessità di tornare alla “patria trinitaria”), anche la teologia morale deve recuperare il suo centro trinitario perché sia veramente morale cristiana. Non è altro che il senso dell’espressione di M. Vidal sul “focolare teologico” dell’etica cristiana.

Il contenuto fondamentale della rivelazione di Dio in Cristo, è l’autocomunicazione amorosa di un Dio che è comunione trinitaria e che, in libertà totale e per puro amore, si apre atraverso la comunicazione, a tutta la creazione e soprattutto all’umanità, per integrarla in questa comunione (1 Gv 4, 8-16; Gv 3, 16-17). La tesi forte nel N.T., è che l’avvento di Gesù avviene nella dinamica trinitaria e si comprende solo da essa. Questo è il punto di partenza e di arrivo di tutte le tradizioni del N.T. Essendo così, è evidente che l’esistenza cristiana non può intendersi da una pura moralità del dovere e degli obblighi, ma da questa trasformazione per l’amore e l’incorporazione alla comunione trinitaria che è il fondamento e rende un senso a tutto.

All’origine vi è il disegno del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, che nella storia di Gesù si manifesta come un disegno di amore redentore (Gv 17, 4; 3, 16). Questa è la verità che ci ha manifestato nella meravigliosa storia di Gesù di Nazareth nella quale la sua vita di amore e consegna totale per la nostra salvezza, è segno dell’amore e consegna di Dio trinitario; perciò si dice “opus redemptionis, plenitudo trinitatis”. Per questo diciamo che parlare di Gesù di Nazareth, significa parlare di presenza trinitaria, e parlare dell’amore e della consegna di Gesù di Nazareth vale a dire parlare dell’amore e della consegna di Dio Trinità (T.M.A. 89). Questo è il grande mistero della nostra fede; la radice del mistero non si trova tanto nella distanza incomprensibile di un Dio trascendente e assoluto, ma nella vicinanza scandalosa della presenza di Dio Trinità nella storia umana attraverso da vita, la morte e resurrezione di Gesù di Nazareth.

In Gesù di Nazareth, l’amore trinitario si manifesta come il fondamento di tutto. È origine e meta di ogni realtà e ciò che da senso e consistenza al passato, presente e futuro dell’uomo. Perciò la salvezza cristiana, la fede, la chiesa e la vita cristiana, posso solo essere compresi da una prospettiva trinitaria. Il concetto del cristianesimo è teologale più che morale. È questo volto del Dio trinitario che ci chiama dalla storia d’amore e consegna di Gesù di Nazareth, e non un cumulo di leggi e norme sotto il cui peso abbiamo avuto più di una volta la sensazione di morire asfissiati. È il volto del Dio trinitario che, nella storia di Gesù, è capace di andare oltre lo stesso peccato e la morte precisamente per vincerli con l’amore. La croce, coronata con la resurrezione, sarà la parola più eloquente di questo amore, avviso costante della sua presenza e invito a seguire questo cammino come l’unico cammino di vita. La condotta cristiana non è dettata dall’esterno, dalla pura legge, ma nasce dall’interno, dall’amore che suscita in noi l’amore trinitario.

É necessario comprendere Cristo e la sua opera come presenza personale di Dio Trinità. Il mistero di Cristo è mistero trinitario. A volte si parla di cristomonismo teologico ed ecclesiale come posizioni dominanti nella vita ecclesiale: Cristo e la chiesa saranno l’unico punto di riferimento valido e necessario per la salvezza, dimenticandosi del riferimento essenziale di Cristo con il Padre e lo Spirito. In questo modo, si toglie Cristo e la Chiesa del loro fondamento trinitario e pneumatologico. Forse questo è la ragione di una ecclesiologia che pone il centro su l’istituzionale più che sulla Buona Notizia. Però non è possibile comprendere la storia di Gesù se non come presenza personale di Dio Trinità. Tutto in lui, parole, gesti, opere, preghiera, vita e morte consegnata, sono manifestazioni di questa presenza. In Gesù, vediamo il Figlio che nel potere dello Spirito ci rivela l’amore infinito del Padre. La storia di Gesù è la storia del Figlio pieno di Spirito Santo col quale e nel quale il Padre è sempre presente; la sua storia di consegna pasquale è storia dell’amore redentore trinitario. La storia dell’uomo, Gesù rivela anche la verità dell’uomo che ha accettato pienamente le vie dell’amore ed è stato costituito, nella resurrezione, Figlio di Dio e Salvatore, essendo la sua vita un cammino di filiazione per coloro che credono in lui (Col 1,15; Rom 8,29; GS 22). Così lo ha appreso la chiesa da sempre (2 Co 13,13; LG 4; UR 2): lo schema trinitario è presente in questa esortazione battesimale, nella catechesi nelle formule della liturgia e sempre che si tratti di esprimere il mistero cristiano (Myst. Salutis II/Ip 162). Questo è ciò che confessiamo nel credo, ciò che celebriamo nella liturgia. Questa fede determina la nostra preghiera e la nostra vita; è una fede che si fonda sull’amore incondizionato e perciò ci apre sempre un futuro nella difficile storia umana.

Nel cristianesimo la cosa principale è l’amore, la grazia e il dono di Dio; non la legge o l’obbligo. È cristiano colui che entra in questa logica dell’amore. In esso trova un punto di riferimento insostituibile: il cammino pasquale di Gesù, come piena manifestazione dell’amore trinitario e come piena risposta umana, in Cristo, a questo amore. È cristiano colui che si abbandona nelle mani di Dio e accetta di partecipare al suo progetto della nuova umanità, realizzato in Cristo, il nuovo Adamo (1 Co 15,54; Rom 8, 29), perché ci sembra che sia il miglior progetto per il futuro per l’uomo e le sue speranze. L’unica garanzia che abbiamo per questa scelta, è lo stesso Gesù risorto come espressione massima dell’essere e agire di Dio e come verità dell’uomo che ha creduto in questo Dio. Il lui si è realizzato pienamente l’incontro Dio-uomo e per esso si converte in riferimento e mediazione di ogni incontro con il Dio trinitario.

 TOP

 

2.      La prassi cristiana è una prassi di unione al mistero di comunione trinitaria, e passa attraverso l’unione al mistero di Cristo e al suo cammino pasquale.

 

Nell’intera vita di Gesù, assunta e coronata nella Pasqua, troviamo la rivelazione dell’amore trinitario aperto agli uomini come amore di dono e perdono totale, compresi i carnefici del Figlio. È qui il luogo in cui si manifesta l’autentico amore redentore, l’amore che umanizza e che salva perché, nella morte e resurrezione di Cristo, ci colloca oltre il peccato e la morte. Perciò quando parliamo del cammino cristiano, non possiamo prescindere da Gesù e dal suo mistero di amore donato, che ci apre a Dio un futuro di libertà e novità.

Oggi, nel momento di specificare le esigenze etiche del nostro fondamento teologico che è il Dio trinitario, è frequente partire dalla Trinità costante o dall’amore intra-trinitario come paradigma necessario per ogni amore interpersonale. Tutte le dimensioni importanti, sia nell’ordine dell’essere come dell’agire, dell’esperienza umana restano determinate dal nostro fondamento trinitario che è l’amore interpersonale in Dio; l’amore-comunione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo che sono fondamento e modello di ogni amore. Questa linea è quella che segue generalmente l’interpretazione della Trinità come modello sociale, ecc., dove l’etica si presenta come la realizzazione della fraternità in comunione secondo il paradigma dell’amore interpersonale in Dio Trinità. Così, si parla della Trinità come “paradigma etico” (M. Vidal, 66).

Questo è un cammino molto frequentato oggi nella teologia e che trova il suo appoggio tanto nel N.T. come nel magistero. Non possiamo negare né la sua legittimità né le sue grandi possibilità. Però, crediamo che bisogna prestare maggiore attenzione al cammino che Dio stesso ha eletto per rivelarci il suo volto trinitario e il cammino della nostra unione a lui. Dio ci ha manifestato il suo volto e il suo cammino nella storia di Gesù che ottiene tutto il suo senso e pienezza nella storia della Pasqua. La resurrezione è quella del predicatore del regno, del Figlio che pieno dello Spirito ha camminato nell’ubbidienza e nell’amore donato al Padre e ai fratelli ed è stato costituito Figlio nella pienezza della resurrezione. Non si comprende la Pasqua se non dalla relazione Padre e Figlio nella comunione dello Spirito; e non la si comprende se non dalla compassione solidale del Padre che si esprime totalmente nel Figlio e nello Spirito di comunione; non la si intende se non come invito rivolto a tutti gli uomini all’unione amorosa verso questo amore trinitario. Perciò crediamo che questo sia il cammino sia per conoscere il Dio trinitario nel suo amore redentore, come quello della nostra unione a questo mistero e la nostra relazione umana. L’amore di Dio è amore pasquale e l’amore pasquale sarà anche il cammino della trasformazione umana. Come dice B. Forte, nell’amore trinitario manifestato nella vita e nella pasqua di Gesù, troviamo la risposta al problema universale di imparare ad amare. Perciò, è nel mistero pasquale il luogo in cui percepiamo l’autentico carattere della nostra fede e il luogo di verifica di tutti gli aspetti della stessa fede:

- In primo luogo, nel mistero pasquale vediamo chi è Dio per l’uomo. Il volto di Dio che è amore trinitario, come aperto agli uomini in pura donazione, ricreando un cammino di vita nuova per l’umanità. La fede sorge dalla convinzione e scelta per la persona e l’opera di Gesù, perché crediamo che lì dove l’incarico di Dio e dell’uomo si sono fatti la stessa cosa (W. Kasper).

- Per lo stesso motivo, è il mistero pasquale, come mistero di salvezza attraverso l’amore di Gesù e sanzionato dal Padre con la forza dello Spirito nella resurrezione, ciò che si converte nel centro dell’annuncio cristiano. In Gesù ci viene rivelato l’unico cammino di libertà e salvezza segnato da Dio.

- La Liturgia si convertirà nella dimensione fondamentale della celebrazione e della vita trinitaria e in essa l’eucaristia che trova il centro e culmine nella Trinità redentrice che si rende presente nella Pasqua di Gesù. Nella Liturgia si attualizzano e rivivono le azioni salvifiche di Dio nella storia umana e soprattutto gli interventi decisivi di Dio nella vita, morte e resurrezione di Cristo. Attraverso la liturgia si costruisce la nuova comunità di figli che oltre agli elementi simbolici o giuridici, vivono, in fraternità, il loro cammino di filiazione in ubbidienza amorosa uniti a Cristo e allo Spirito. Perciò la liturgia sarà fondamentalmente pasquale. Questo è ciò che non permetterà mai che la liturgia cada nel ritualismo o nell’estetica, né sia causa di evasione della difficile storia umana con la quale si è impegnato il Dio trinitario fino al dono totale.

- Tutta la prassi cristiana si fonda sull’amore trinitario presente nella vita d’amore e dono totale di Gesù di Nazareth. Il credente assume la prassi di Gesù; una vita di consegna in ubbidienza per amore, come l’unico modo di essere figli nel Figlio per il potere dello Spirito, che è lo Spirito del Padre e del Figlio (Gal 4,6; Rom 5,5; 8,11); in apertura totale ai fratelli, specialmente ai più poveri. Questa è la prassi trinitaria che, nella vita e nella pasqua di Gesù, ha dimostrato che è l’unica capace di porre vita e riconciliazione anche nel conflitto, nell’odio e nella morte ed è il fondamento della nostra speranza perché Dio Trinità è con noi senza condizioni (GS 24; 92).

In questo modo, il credente unendosi al mistero pasquale come presenza dell’amore trinitario, percepisce chiaramente qual è la sua fede, la sua identità e la sua missione, il suo annuncio e la sua celebrazione così come il suo progetto esistenziale e anche la sua meta, giacché configurati con Cristo mediante la sequela, che è possibile grazie allo Spirito, abbiamo la speranza di risorgere con lui nella gloria del Padre (1 Co 15, 24). Quando il posto centrale è occupato dalla Trinità e dal suo amore redentore, questo luogo non sia occupato da altre mediazioni (mezzi spirituali, norme o persone, ecc), che possano essere legittime ma non centrali, allora raggiungeremo veramente un’esperienza spirituale unificata perché vivremo in e dal “focolare trinitario” che è il focolare dell’amore fondante. Da qui possiamo comprendere il vero senso dell’espressione “Caritas forma virtutum” di San Tommaso come il fondamento dell’opera del cristiano. Oltre le giustificazioni che si sono trovate per detta formula, ci piace la spiegazione di H.U. Von Balthasar in “Chi è cristiano”: solo la fede e la vita cristiana possono esprimersi dall’“amore pazzo” di Dio rivelato in Cristo. La nostra risposta non può fondarsi in nient’altro che, con la forza dello Spirito, accettare questa pazzia e convertirla in paradigma di vita.

TOP 

Un’applicazione alla nostra spiritualità

 

Penso che sia l’impianto che si rivela in buona parte dei nostri scritti. Così, per esempio, nella “SS. Trinità nell’esperienza cristiana dei figli di San Giovanni de Matha” (I. Vizcargüénaga in Trinitarium, 9), si insiste che il nostro Dio Trinità è il Dio di Gesù contemplato dall’incarnazione e dalla redenzione; è il Dio Trinità presente nella nostra storia, o il Dio Trinità redentrice. Da questa prospettiva, che è stata centrale nell’esperienza di San Giovanni de Matha e che è centrale nella comprensione attuale del mistero trinitario, il binomio Trinità-Redenzione degli schiavi appare in tutta la sua unità, indissolubile. La storia di Gesù, con i suoi momenti centrali di Incarnazione e Pasqua, è il luogo in cui si manifesta l’amore e la passione del Dio trinitario per l’uomo e la sua dignità, specialmente per i più poveri e oppressi. Per questa libertà si vive il dono dell’amore trinitario nella vita e nella morte di Gesù. Perciò, questa storia di Gesù come trasparenza del Dio amore trinitario, è la fonte nella quale l’esperienza cristiana di Dio, è necessariamente esperienza trinitaria e redentrice. È qui che si trova la radice del trinitario e della “domus Trinitatis et captivorum”. Se crediamo nell’amore trinitario donato per la causa della libertà totale dell’uomo, siamo spinti a continuare questa storia di libertà fino a che Cristo prenda forma in noi (Gal 4, 18; Rom 6, 3-8). Quando la morte e la resurrezione di Cristo diventano il fondamento della mia esistenza, il mio amore sarà come il Cristo: amore donato fino alla morte (Gv 14, 15-24; 15, 12-14; anche in V.S. 15. 19. 20 e 21).

Per noi trinitari, è motivo di allegria il sapere che l’esperienza spirituale che ci definisce e identifica, tocca il centro stesso della rivelazione di Dio in Cristo, che à rivelazione di Dio come amore trinitario redentore. Però deve essere una causa di forte esigenza, il sapere che non possiamo parlare né vivere la nostra fede trinitaria se non ci apriamo al mistero di amore e dono che, in Gesù, ha aperto per tutti gli uomini un cammino di salvezza e libertà. Perciò, ha una singolare importanza la visione di San Giovanni de Matha che si è convertito nel segno del nostro ordine, che è una bella espressione  della sua comprensione dell’amore redentore di Dio rivelato in Cristo. Ogni eucaristia ci offre anche un’opportunità speciale per vivere questa realtà salvifica.

 

TOP

 

3.      Il fondamento teologico trinitario e le sue implicazioni nella comprensione e nel linguaggio dell’etica cristiana.

 

Queste righe pretendono di essere la logica conseguenza di ciò che abbiamo detto. Abbiamo affermato che solo la vita cristiana può essere compresa come incontro tra Dio comunione trinitaria che, in Cristo, si apre totalmente all’amore e alla comunione con gli uomini, e l’uomo che accoglie questo amore e desidera unirsi al cammino pasquale che ci è stato rivelato come la verità di Dio e la salvezza per gli uomini. Se questo è così, dobbiamo dire che:

1. Nella vita cristiana, il ruolo principale è ricoperto dalla fede in questo amore trinitario e salvifico. Una fede che è necessariamente amore e speranza, giacché in questo impianto è impossibile ridurre la fede alla mera ortodossia dottrinale. Come frequentemente dice M. Vidal, l’etica cristiana non può essere altra cosa che “… della fede”. Il credente è colui che si rende conto che “solo l’amore è degno di fede” e perciò solo l’amore può essere la risposta degna all’amore originario come dice molto bene H.U. von Balthasar dallo stesso titolo della sua opera citata.

2. Il mistero d’amore del Dio trinitario in Cristo, continua dopo la resurrezione attraverso l’effusione dello Spirito e la presenza di Cristo risorto nella liturgia e nella vita. Perciò, la celebrazione, che trova la sua piena manifestazione nella liturgia e specialmente nell’eucaristia, è il momento necessario e imprescindibile per accogliere e vivere il lode, azione di grazia, richiesta e impegno, il mistero dell’amore salvifico di Dio Trinità.

3. La vita morale cristiana non nasce come qualcosa di preventivo o isolato della fede e della celebrazione, ma sorge da queste e si ha in unione imprescindibile con esse, giacché sono gli elementi che rendono consistente e vera la nostra convinzione di essere fondati sull’amore trinitario originale.  La morale è come un culto spirituale (Rom 12,1; Ef 5,20; Col 3,17). La fede, celebrata nella liturgia, è ciò che ci ha fatto accogliere questo mistero d’amore e orientare la nostra vita come figli del Padre nel Figlio Gesù, seguendo in cammino di Gesù, specialmente il cammino pasquale, per il potere del suo Spirito. Questo fondamento trinitario accolto in fede, speranza e amore, vissuto costantemente nella liturgia, è ciò che da senso alla prassi morale cristiana. Perciò, questo fondamento, deve essere presente nella vita del cristiano e colorire tutti i propositi della vita morale e lo stesso linguaggio di morale. Da questo fondamento possiamo dire che:

3.1 Il mistero dell’amore trinitario che si rende presente nella vita e nella Pasqua di Gesù, costituisce il nostro … profondo, il “luogo vitale” della nostra esistenza personale. Sappiamo di appartenere alla “casa della Trinità” in quanto invitati ad essere figli nel Figlio Gesù per lo Spirito Santo (Rom 8, 1-17; Gal 4, 1-7), e per esso stesso, ovvero per il senso pasquale di rinnovamento trinitario, aperti a tutti gli uomini, specialmente i più poveri e schiavizzati per costruire con loro la casa condivisa che Dio vuole.

3.2 Questo fondamento deve essere anche il criterio di verifica e convalida dell’esistenza cristiana nello spazio e nel tempo della storia. Il senso cristiano di tutto risiederà sempre nel mistero di autocomunicazione trinitaria manifestata in Cristo e accolto nella fede, speranza e amore, celebrato nella liturgia e convertito in paradigma di vita. Da questo fondamento non è possibile confondere l’amore cristiano né col lavoro apostolico, né con la pura etica. Il nostro cammino sarà il cammino dell’amore redentore di Dio manifestato nella pasqua di Gesù.

3.3. Il linguaggio morale, non può essere il linguaggio di norme e leggi e delle obbligazioni morali, molto meno può sfociare in mera casistica. La prima e fondamentale esigenza cristiana sarà l’unione a Cristo e al suo dono pasquale, per vivere con lui e come lui, la nostra risposta d’amore all’amore trinitario in apertura ai fratelli (Gv 4, 32-34; 19, 20). La sequela di Cristo consiste in questo, qui radica tanto la debolezza della nostra fede, come la sua autentica forza, giacché è un incontro tramite un amore donato.

3.4 La coscienza morale sarà prima di tutto, coscienza di figli. Ciò che conta non è la legge o il mero obbligo, ma la nostra relazione con il Padre, per mezzo del Figlio e del suo Spirito. Ê coscienza aperta all’amore originario e, perciò, aperta a tutti gli uomini e a tutto il cosmo, giacché tutto è fondato sull’amore trinitario (Ef 1; Col 1).

3.5 Con riferimento al peccato, il fondamento trinitario della vita cristiana ci fa superare la centralità che molte volte ha avuto il peccato nella morale cristiana, anche i suoi impianti giuridici o ritualistici. Il peccato si percepisce in tutta la sua gravità e come “allontanamento” da questo fondo di gratuità amorosa. Non è allontanamento da Dio stesso, giacché egli ci ha dato il suo si definitivo in Cristo e nel dono dello Spirito, ma il nostro personale allontanamento da Dio e dagli uomini. Ci allontana dall’unico percorso di salvezza, che è l’amore redentore, e situa la nostra esperienza di fronte all’insuccesso, alla violenza e alla morte. Percepiamo la forza del peccato come mistero di inquietudine, come opposizione all’amore redentore e alla sua capacità per raggiungere la croce e la morte, lo stesso che ci porta al cammino della vita. In Cristo e nel suo dono d’amore, percepiamo tanto la grandezza dell’esperienza cristiana, come il rischio che corre l’uomo quando rifuita il cammino d’amore.

3.6 La conversione. Tutta la vita di Gesù e dal suo insegnamento, possono essere intesi solo come esperienza di sentirsi graditi dall’amore del Padre. Da qui nasce il desiderio per questo regno di gratuità totale, che realizziamo uniti in Cristo e per il potere del suo Spirito.

 

TOP

Conclusione

 

Come abbiamo indicato più di una volta, si tratta di recuperare il fondamento teologico della vita cristiana che non è altro che l’amore trinitario. Una storia lunga e difficile della morale la ha allontanata sempre più da questo fondamento fino a cadere nella casistica, che può essere necessaria al momento di discernere la prassi concreta, però mai si deve arrivare alla dimenticanza della peculiarità dell’esistenza cristiana e del suo fondamento di senso. Come cristiani, dobbiamo credere prima di tutto nell’amore incondizionato di Dio Trinità manifestato in Cristo e desideriamo unirci, oltre ogni prova o dimostrazione umana, a questo mistero d’amore assumendo il mistero di Gesù come paradigma della nostra vita.

È certo che questo impianto resta a livello di fondamento del senso della vita cristiana. Questo può sembrare insoddisfacente e insufficiente per il cristiano che oggi deve prendere importanti decisioni su tanti campi della vita, alcuni di essi tanto difficili come la bioetica, l’economia, l’ecologia, la famiglia, la sessualità, ecc. Rispetto a questo voglio fare solo queste brevi osservazioni con le quali voglio terminare.

- Credo che sia importante e necessario recuperare il fondamento proprio della prassi cristiana, riconoscendolo come proprio e come il cammino che definisce la chiesa come comunità di coloro che hanno creduto nell’amore originario.

- In quanto alla chiarificazione dei temi concreti, è evidente che oltre questo fondamento espresso nella Scrittura e nel Magistero, si devono applicare i criteri di razionalità e soggettività che sono propri della prassi umana. Non possiamo pretendere, in una specie di fondamentalismo, di trovare nella Scrittura tutte le risposte già date ai problemi morali. La risposta neanche si può tradurre facilmente dalla Scrittura nella moltitudine di casi e situazioni concrete. Perciò, sebbene anche per altre ragioni, bisogna applicare la ragione dialogica. Questo è un cammino al quale il nostro fondamento teologico non solo ci lascia pienamente aperti, ma è anche un invito a collaborare con tutti gli uomini di buona volontà. Però, come cristiani, mai dobbiamo dimenticare  il nostro riferimento al Vangelo e alla sua buona notizia di salvezza che ci offre il Dio trinitario. Qui dobbiamo radicare sempre le cause della nostra fede e del nostro operare.

 TOP

Suggerimenti per il dialogo

 

1. Fino a che punto la nostra vita cristiana è stata colpita dal “moralismo” e abbiamo dimenticato il nostro fondamento teologico trinitario?

2. Dialogare sulla nostra comprensione di Cristo e la sua opera. Quale connessione ha con il Dio Trinitario? Riflettere sul fondamento pasquale trinitario della “casa della Trinità”.

3. Dialogare sul cammino pasquale d’amore e dono di Gesù, come il cammino che ci apre Dio Trinità verso la libertà degli uomini.

4. Riflettere sull’intima e necessaria connessione della vita morale con la fede e la celebrazione.

 

 

TOP QUADERNI

 

 

 

Quaderni di formazione permanente n. 21

L’opzione per i poveri e gli schiavi nella missione dei trinitari oggi

INTRODUZIONE

I. QUESTIONI PRELIMINARI

        1. POVERI E SCHIAVI

        2. QUALE CATEGORIA DI POVERI E DI SCHIAVI?

II. PROGETTI E AZIONE IN FAVORE DEI POVERI E SCHIAVI

        1º. Andare alla radice

        2º Dalla Trinità Redentrice

        3º Ascoltando il grido dei poveri

        4º Avendo una predilezione per i poveri e gli schiavi

        5º Vedendo in essi un sacramento

        6º Pregando con il povero

        7º Vivendo in povertà

        8º Preoccupati per la fede e con gesti di misericordia

        9º E…se siamo fedeli, con la persecuzione.

DOMANDE PER LA RIFLESSIONE E IL DIALOGO

 

 

 

 

TOP QUADERNI

 

Quaderni di formazione permanente n. 21

 

L’opzione per i poveri e gli schiavi nella missione dei trinitari oggi

Gotzon Vélez de Mendizábal

 

INTRODUZIONE

 

“Quale maggiore ricchezza dell’avere come amici

schiavi e poveri! Quale maggior adorno e

bellezza delle sofferenze e degli affanni

per i poveri; poiché Cristo, essendo Dio gli è piaciuto

identificare con essi la sua persona!”

(San Giovanni Battista della Concezione III, 91)

 

Se “il cristiano non è solo colui che è stato liberato dalla grazia, ma anche colui che si fa liberatore per grazia e che, come Cristo, è chiamato ad annunciare giustamente la buona nuova ai poveri e la liberazione agli schiavi"[1], il trinitario è chiamato ad essere il messaggero di questo annuncio e l’apostolo di questa liberazione per un motivo in più: che il Signore lo ha reso oggetto di una nuova chiamata e di un nuovo invio verso i poveri e gli schiavi.

Infatti, il Dio di misericordia, la Trinità redentrice, per la forza dello Spirito ha fatto di Giovanni de Matha, il destinatario di una elezione e di una grazia o carisma singolare per l’edificazione della Chiesa. Questa grazia o carisma singolare (che non è escludente) riguarda la carità redentrice di Giovanni de Matha ha sentito dalla profonda vivenza amorosa del Dio trino redentore (Trinità-Redentrice). Affinché questo carisma fosse vissuto in modo speciale nella Chiesa, Giovanni de Matha è stato eletto da Dio per fondare un Ordine, l’Ordine della Santissima Trinità e della Redenzione degli Schiavi, in cui tutta la spiritualità e la sua missione sono attraversate e alimentate da questa linfa caritativo-redentivo del carisma trinitario. “Se la “Santa Trinità” è il primo aspetto che delinea l’identità dei trinitari nella Chiesa, il secondo sono gli schiavi e i poveri"[2].

Perciò “la missione del trinitario deve essere necessariamente il credere e vivere il mistero del Dio Amore e annunciarlo come buona notizia di redenzione e liberazione[3]. Gli ultimi Papi ci hanno anche ricordato con forza questa nostra missione. Paolo VI ci esortava ad essere fedeli al nostro carisma di liberazione, liberazione che lui stesso ha spiegato e promosso nella convergenza con la Parola di Dio e la dottrina della Chiesa riaffermando l’esemplarità di Cristo, che evangelizza i piccoli e i poveri, sottolineando che un’autentica evangelizzazione implica l’annuncio della liberazione, il dovere di aiutare a nascere, di testimoniare in favore di questa e di agire perché tale liberazione sia totale[4].

Il Nostro Santo Riformatore, uno tra i migliori commentatori della nostra regola, se non il migliore, presenta, sulla nostra missione, un pensiero chiaro e profondo. Perciò mi è sembrato opportuno arricchire il testo con alcune citazioni dei suoi scritti.

 

TOP

I.                   QUESTIONI PRELIMINARI

 

1. POVERI E SCHIAVI

 

Quando mi è stato chiesto di sviluppare l’intestazione, mi è stata concessa la facoltà di cambiarla a mio piacimento. Ho pensato di inserire prima gli schiavi davanti ai poveri come in Ordo Sanctae Trinitatis et Captivorum, però successivamente mi è sembrato meglio lasciarlo come stava. Questo non solo perché nella Regola si provvede prima alle opere di misericordia in generale e dopo si parla di opera di misericordia specifica della redenzione degli schiavi, ma, soprattutto, perché la schiavitù, in una comprensione profonda del concetto di povertà, è uno dei modi più radicali di povertà. Lo schiavo non resta solo spogliato dei suoi beni, ma della sua libertà, anche se in modo passeggero, ogni oppressione, ingiustizia, emarginazione, costituisce anche un attentato contro la libertà.

I poveri o gli umili (gli anawim) sono quelli che a causa della loro povertà e mancanza di potere, sono anche disprezzati e oppressi. Così lo pensava il nostro Riformatore quando scriveva: “Fa Signore, che ti possa vedere nel povero, egli è mio fratello e fratello minore, così piccolo perché molto disprezzato” (III 86).

M. Stenzel scrive: “Il povero è l’oppresso, l’umiliato, lo schiavizzato"[5].

I poveri sono gli sfruttati, spogliati legalmente della loro dignità umana, coloro che non sono riconosciuti come persone dall’ordine sociale esistente. Sono gli esclusi. Coloro che da soli non possono rivendicare i loro diritti, perciò soffrono e patiscono fame e sete di giustizia. Sono quelli che non contano nulla, ai quali Gesù chiama “i piccoli”, i “bambini”, gli “umili”, gli “ultimi”. Sono gli schiavi moderni.

Per i poveri Yahvé chiede, per bocca dei profeti, giustizia, sia corporale che spirituale (Am 2,6; Is 3,15; 10,2ss), giustizia che si realizzerà pienamente in Cristo, che all’inizio della vita pubblica, fece sue le parole di Isaia:

Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l'unzione,
e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto
messaggio,
per proclamare ai prigionieri la liberazione ” (Lc 4, 18-19)

e ha dichiarato beati i poveri (Lc 6, 20).

“L’esperienza del Dio Trinità che è amore e misericordia, i fratelli trinitari la realizzano con il riscatto degli schiavi cristiani e nella solidarietà con i poveri. Perciò il santo fondatore appena ha indicato loro la sequela di Cristo, li colloca (2º articolo della Regola) tra i poveri e gli schiavi, ai quali i trinitari devono offrire non solo i propri beni, ma incluso le proprie persone"[6].

 

TOP

2. QUALE CATEGORIA DI POVERI E DI SCHIAVI?

 

La missione del trinitario si inquadra nella missione di Cristo, che nella sua “dichiarazione programmatica” (Lc 4, 18-19) include preferibilmente i poveri e gli schiavi. Dunque, essendo questa una missione così ampia e variegata, non dovrebbe convertirsi in una specie di cassapanca che contiene di tutto, o ciò che pone dentro avvenga senza criterio.

È così ampio questo mondo della povertà che noi trinitari potremmo assolutamente sentirci chiamati a farci presenti in tantissimi campi.

Però, la dispersione non potrebbe essere un serio ostacolo per la fedeltà al carisma? Un carisma che valga per tutto, cessa di essere un carisma. Il Capitolo Generale straordinario del 1999 ha scritto: “i fratelli trinitari, riuniti in Capitolo, quindi, credono fermamente che la missione misericordiosa-redentiva debba essere fortemente potenziata e meglio centrata. Il Papa Giovanni Paolo II oggi, come in un'altra epoca, Innocenzo III... ci ha segnalato i destinatari del nostro servizio di misericordia e redenzione, cioè: “gli esclusi e gli oppressi della nostra società e, in particolar modo, i perseguitati e discriminati a causa della loro fede religiosa, della fedeltà alla loro coscienza o ai valori del Vangelo"[7].

Penso che una delle sfide, nelle nostre case, continua ad essere la concretizzazione della nostra missione, naturalmente, nella fedeltà creativa. Sebbene stiamo progredendo molto, dobbiamo continuare a lavorare per discernere e “individuare con forza e audacia missionaria, queste vie sempre nuove di evangelizzazione e promozione umana”, come ci diceva Giovanni Paolo II nella sua lettera al Ministro Generale in occasione del VIII centenario dell’approvazione della Regola[8].

Si tratta di non confondere obiettivi e azioni mettendo tutto nel mucchio delle opere di misericordia. Tenendo presente che San Giovanni de Matha, ha precisato bene che l’Ordine si sarebbe occupato di poveri e malati; tra le opere di misericordia ne evidenziò una, la redenzione degli schiavi, che costituisce il “propositum” dell’Ordine.

Nel linguaggio scolastico, potremmo dire che la redenzione degli schiavi è in relazione con le altre opere di misericordia, costituisce il “princeps analogatum”.

Se la redenzione degli schiavi è l’opera su cui concentrarsi tra quelle di misericordia, il “princeps analogatum”, è evidente che questo sarà il criterio fondamentale per eleggere la nostra azione o le azioni liberatrici preferenziali. La domanda che dobbiamo porci è: Chi sono oggi gli schiavi da redimere?

Sarebbe pretenzioso e irresponsabile da parte mia, fare delle concretizzazioni. Questo è compito dell’Ordine, della Provincia, delle comunità. Il Capitolo Generale Straordinario del 1999 esortava che “ogni Provincia e ogni giurisdizione, e in esse ogni casa, abbia un’attività carismatica concreta, possibilmente condotta in corresponsabilità con la Famiglia Trinitaria, specialmente con il Laicato, come risposta alle situazioni di emarginazione e povertà del proprio ambiente. In questa opzione ci si gioca il futuro: “Chi perde il povero, perde se stesso” (S. Riformatore)[9].

Di fatto già si sta lavorando su questa linea: schiavi in Sudan a livello generale (SIT), carcerati, migranti… nei nostri Capitoli Provinciali.

Però, giacché mi è stato assegnato questo tema, dai segni dei tempi e dalla sensibilità e dal progresso ottenuto dall’Ordine, mi domando e lascio la risposta alle istanze citate, se i grandi schiavi di oggi non siano le vittime della struttura economica mondiale, della struttura globalizzata e ingiusta, che sta aggravando il problema della povertà e aumentando il numero del poveri, obbligando milioni di persone ad emigrare, soffrendo perciò le conseguenze di un tremendo sradicamento della famiglia, del popolo, della cultura…; sono gli espulsi, i migranti.

Non dovremmo vedere in essi gli schiavi verso i quali oggi si dirigerebbe nostro Padre San Giovanni de Matha? Non sono questi gli “euntes et redeuntes” di cui parla la Regola trinitaria?

Xavier Pikaza che ha trattato questo tema con la profondità che lo caratterizza, ha scritto molto tempo fa che questa espressione trinitaria “ci conduce fino al centro del conflitto di questo mondo: sono milioni e milioni quelli che vanno e vengono… vagando senza senso, senza tetto, né fraternità sulla terra. Essi solitari e oppressi, devono essere l’oggetto principale dell’attenzione e delle cure di tutti quei religiosi che, in qualche modo, hanno il carisma trinitario[10]. Di fatto, l’Assemblea del 2000 ha realizzato una scelta per la pastorale dei migranti. In questa stessa linea, l’Assemblea Provinciale del 2003 recita: “dobbiamo coinvolgerci maggiormente in questo campo e chiede alle parrocchie, ai collegi, alla pastorale penitenziaria e sanitaria che prestino una speciale attenzione e aiuto ai migranti"[11]. Dovremmo constatare se non dovremmo passare da “un maggiore coinvolgimento” ad una scelta preferenziale.

Questa scelta preferenziale non annullerà altri campi di missione trinitaria o azioni più concrete di presenza trinitaria come quelle realizzate in tutte le nostre comunità: malati mentali, anziani, carcerati, ecc… Sebbene, solo così, i destinatari di queste azioni potrebbero stare pienamente tra le persone alle quali si riferisce il temine ebreo “anawim”.

 

TOP

 

II.                PROGETTI E AZIONE IN FAVORE DEI POVERI E SCHIAVI

 

1º. Andare alla radice

 

“Mi sembra innegabile che la scelta verso i poveri è oggi seriamente in pericolo. Invece di guadagnare in radicalità, minaccia di rimanere ridotta a ciò che l’antica ascetica chiamava una “velleità”: un vorrei che non diventa mai un voglio. Una serie di soluzioni parziali o grandi dichiarazioni che più che aiutare i poveri, sembra che pretendano di tranquillizzare le nostre coscienze. Questo si riferisce soprattutto alla nostra situazione sociale e, a livello inferiore, anche nella nostra situazione ecclesiale"[12].

È evidente che noi trinitari stiamo compiendo un grande sforzo per riciclare le nostre opere in favore di una coerenza tra carisma e missione. Ci animava a ciò Giovanni Paolo II.

Nella citata lettera al Ministro Generale: “A distanza di otto secoli, un carisma così singolare… impegna i trinitari a scoprire, con forza e audacia missionaria, strade sempre nuove di evangelizzazione e di promozione umana come fece San Giovanni de Matha nella sua vita"[13].

Su questa linea il Capitolo Generale del 2001 costatava che “lo Spirito Santo sta spingendo con forza da alcune decadi, la vita religiosa verso i posti di frontiera della società, verso i “confini”, dove si trovava nel momento della fondazione"[14]. E si chiedeva: “il nostro Ordine non dovrebbe rivedere anche le sue presenze con più audacia e coraggio?[15]

Però non dovremmo accontentarci di un riadattamento semplice delle nostre opere caritativo-redentive.

Possiamo andare in America, Africa, Asia, e non essere entrati minimamente nella mistica della liberazione…

Possiamo essere presenti in molte carceri e quasi non differenziarci dagli altri funzionari che svolgono il loro lavoro senza nessuna preoccupazione per la “liberazione” dei carcerati.

Così in tutte le nostre altre attività: parrocchiali, sanitarie, educative, ecc…

Come dobbiamo sviluppare, quindi, le nostre attività liberatrici?

È tutto un processo che spiega molto bene da Xavier Pikaza[16], e che in sintesi contiene i passi seguenti:

All’inizio vi è l’azione liberatrice, azione che dal punto di vista dell’attore implica tre momenti: incarnarsi, togliere gli ostacoli e creare situazioni di vivibilità per gli uomini.

Naturalmente, tutto nell’ottica della carità.

Mettendoci al posto dell’oppresso bisogna sottolineare la diaconia o il servizio che consiste nell’aiutare concretamente il bisognoso. Questo servizio liberatore si manifesta attraverso differenti mediazioni, delle quali le più importanti sono:

- Aiutare concretamente le persone bisognose

- Offrire un’educazione che abiliti gli uomini di essere diversi, per liberarsi e liberare i fratelli.

- Cambiare le strutture: perché le nuove riducano l’oppressione e contribuiscano a costruire la solidarietà tra gli uomini. Non si può redimere gli schiavi senza che esista un progetto di liberazione. È da qui che il trinitario deve lavorare perché coloro che sono stati liberati continuino ad essere in libertà, propiziando lo sviluppo della fede, così come la partecipazione comunitaria in un noi che è riflesso ed è presenza del mistero trinitario.

È necessario andare alle radici del problema. Questo dobbiamo farlo in modo organizzato, solidariamente. Questa è una sfida importante anche per la retroguardia. Nell’azione redentrice del nostro passato, i padri redentori che si trasferivano nel Nord Africa per realizzare le redenzioni, erano pochi. Però tutta una infrastruttura, cominciando dalla vita spirituale e materiale dei conventi (la tertia pars) e terminando con la collaborazione dei laici, appoggiava detta azione redentrice.

Questa infrastruttura può tradursi oggi come “solidarietà”. Di fronte alla globalizzazione economica e culturale, davanti al fenomeno dell’interdipendenza, dobbiamo rispondere con la globalizzazione della SOLIDARIETÀ:

§ contribuendo a spingere una cultura della solidarietà in quegli scenari in cui ci muoviamo;

§ prendendo coscienza e generando coscienza della situazione del mondo;

§ fomentando la presenza attiva dei cristiani nelle organizzazioni e movimenti che intervengono nella configurazione della politica, dell’economia, della società e della cultura;

§ fomentando e preparando un buono e attualizzato laicato trinitario;

§ fomentando la presenza di ONG o comitati di solidarietà per paesi;

§ fomentando la partecipazione in fondi di solidarietà internazionali;

§ vivendo nelle nostre comunità con generosità, lo spirito della tertia pars, ovvero, lo spirito della povertà cristiana dalla solidarietà;

§ fomentando, con testimonianza, la cultura delle beatitudini;

§ esercitando la denuncia profetica…, divenendo istanza critica nel primo mondo;

§ ecc., ecc.

 TOP

2º Dalla Trinità Redentrice

 

Noi trinitari, nella nostra vita, nel nostro apostolato dobbiamo sottolineare fortemente, l’atteggiamento di fede e l’orientamento missionario nell’annuncio esplicito di Dio Trinità… Però questo annuncio del Dio vivo, rivelato da Gesù Cristo, il trinitario lo deve realizzare alla luce della Trinità redentrice, della esperienza vitale ed intima di Cristo Redentore, orientato verso la liberazione. Così lo spiega S. Giovanni Battista della Concezione: “Cristo scegliendo di morire in croce per essere salvezza e salvatore degli uomini, è la fonte della missione liberatrice dell’Ordine che vuole donare e condividere questa salvezza con i poveri, salvando e liberando gli schiavi” (III, 90).

Xavier Pikaza scrive a tale riguardo:

“Non si può confessare la Trinità lasciando dopo che il mondo continui ad essere diviso, violentato, per mano di pochi che si impongono sugli altri…

Dio si rivela al mondo tramite il gesto del dono della vita; Gesù liberatore, è il grande segno trinitario all’interno della storia. Perciò, i fratelli religiosi che si uniscono a Gesù e continuano la sua opera nel mondo, si rivelano redentori, dal profondo del mistero trinitario. S’appoggiano sulla Trinità, pellegrinano verso la pienezza della Trinità, mediante un impegno liberatore nella storia"[17].

Il trinitario vive la passione per il Dio vivo di Gesù Cristo, diretta verso l’uomo schiavo e povero. Quest’uomo che non essendo “rara avis” nel primo mondo, occupa il terzo e, da lui, è esaltato al primo, contribuendo all’espansione del così chiamato quarto mondo.

 

TOP

3º Ascoltando il grido dei poveri

 

Nell’esortazione apostolica di Paolo VI, Evangelica Testificatio, diretta ai religiosi, è molto pressante l’invito ad ascoltare attentamente “il grido dei poveri”, che si innalza dalla loro indigenza personale e dalla miseria collettiva; questo grido deve trovare il suo eco nelle azioni di pace, di giustizia e di partecipazione servizievole della loro situazione nell’impegno di liberarli mediante lo spirito di Cristo che riguarda l’essere totale, che comprende le dimensioni personali, sociali, politiche, economiche e religiose e l’insieme delle loro relazioni; si realizza nella storia, ma ha una dimensione trascendente (Puebla, 475).

 TOP

4º Avendo una predilezione per i poveri e gli schiavi

 

Come la ebbe Gesù, che si esprime nel suo messaggio di solidarietà con loro; una solidarietà che non si ferma nell’impegno sociale, ma che lo assume e lo supera, trasformandosi in azione in ambito spirituale.

 

 TOP

5º Vedendo in essi un sacramento

 

Da una prospettiva puramente evangelica, come si deduce da Mt 10, 42; 25, 40-45. Nei poveri ed esclusi si cura e si serve – o si dimentica – e abbandona allo stesso Cristo, allo stesso Dio. Sono i vicari di Cristo, come venivano chiamati al tempo del nostro fondatore.

Così lo percepiva il nostro Riformatore quando scriveva: “Mirabile interscambio divino, miei fratelli e sorelle: Dio e il povero; contemplare in Dio il povero e nel povero Dio!” (III, 85).

La Commissione Episcopale di Pastorale Sociale Spagnola nel Documento “La Chiesa e i poveri” afferma: “Potremmo dire che Gesù ci ha lasciato due sacramenti della sua presenza: uno, sacramentale, all’interno della Comunità: l’Eucaristia; l’altro esistenziale, nel quartiere e nel popolo, nella casetta della periferia, negli emarginati, negli infermi di AIDS, negli anziani abbandonati, negli affamati, nei drogati… Lì si trova Gesù con una presenza drammatica e urgente, chiamandoci da lontano perché ci avvicinassimo, diventassimo prossimi del Signore, per farci la grazia inestimabile di aiutarci quando noi li aiutiamo” (n. 22).

Quest’ultimo pensiero lo esprime meravigliosamente il nostro Riformatore: “Oh fratelli e signori miei, se smettessimo di vedere i benefici che ci vengono da queste immagini, mi riferisco ai poveri, non ci staccheremmo assolutamente da essi!..., perché, se siamo il loro sostegno corporale, loro sono per noi quello spirituale” (III, 77).

 

 TOP

6º Pregando con il povero

 

Abbiamo detto che, nella redenzione degli schiavi, l’azione redentrice si appoggiava anche sulla vita spirituale. I poveri e gli schiavi non possono rimanere esclusi dalla nostra preghiera comunitaria e personale. San Giovanni Battista della Concezione scrisse: “nella preghiera... si trovano i sentimenti più chiari, più aperti per sentire le grida del povero, che, afflitto e senza aiuto, sta aspettando quello di Dio e degli uomini” (III, 75).

“La prima scuola di preghiera è costituita dai gemiti, non solo dei malati, ma di milioni di esseri che, come gruppo sociale, soffrono la fame, l’ingiustizia, l’oppressione, qualunque sia la loro religione, credo o atteggiamento spirituale: il grido del Terzo Mondo, dei migranti e dei rifugiati politici, di quelli che sono stati incarcerati ingiustamente e dei torturati, degli affamati e degli schiavi. Il loro grido è il prolungamento nella storia di quello di Gesù crocifisso, che si identifica misteriosamente con tutti i crocifissi di questo mondo (Mt 25)…

Solo con questa solidarietà attenta alle grida dei poveri, la Chiesa potrà imparare a pregare nuovamente, senza il rischio di alienazione né di infantilismo. I poveri di questo mondo e i poveri della Chiesa, costituiscono oggi la scuola più autentica ed evangelica di preghiera, la mediazione storica necessaria per imparare nuovamente a pregare. Fuori di questo ascolto dei poveri, ogni preghiera, compresa quella liturgic