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Quaderni di formazione
permanente n. 19
La salvezza cristiana come
salvezza trinitaria
1.
Questioni preliminari
1.1
Concezioni orizzontali o salvezza terrena.
1.2
Salvezza ultraterrena
1.3
Concetto unitario di salvezza
2.
Dimensione trinitaria della salvezza
2.1 Dio
Padre, fonte e origine di salvezza
2.2 Gesù
Cristo, “Salvatore del mondo” (Gv 4,42)
2.2.1
Catechesi dei Sinottici
2.2.2 La
teologia paolina
2.2.3 La teologia giovannea
2.3 Lo
Spirito Santo, perfezionatore della salvezza
2.3.1 Lo
Spirito realizza la salvezza tramite la Parola.
2.3.2 La
salvezza, opera dello Spirito, che agisce mediante i sacramenti
2.3.3 I
carismi e i frutti dello Spirito
2.3.4
Segnati dallo Spirito per il giorno di salvezza (Ef 4,30)
3. Conclusione
Bibliografía
Spunti
per il dialogo
TOP QUADERNI
Quaderni di formazione
permanente n. 19
La salvezza cristiana come
salvezza trinitaria
José Luis Aurrekoetxea
Il
problema della salvezza è al centro di tutte le religioni, dato che si presenta
come una risposta ai problemi fondamentali dell’uomo: il dolore, il male, la
morte; in una parola, il senso della vita. Per esprimere la salvezza di cui
l’uomo ha bisogno, la Bibbia si serve di due immagini che rimandano a due
situazioni umane fondamentali: la malattia e la schiavitù.
La
salvezza è salute, cioè, pienezza di vita. In effetti, la malattia, segno
premonitore di morte, mette in pericolo la nostra stessa esistenza. Ci ricorda
la nostra limitatezza, che contraddice il nostro desiderio di vivere in eterno.
Ritrovare la salute è, quindi, salvarsi, come dicono la maggior parte delle
nostre lingue. La stessa cosa accade nei Vangeli, dove la stessa parola “sozéin”
significa la restituzione della salute fisica accordata da Gesù, e la salvezza
integrale della persona, opera di Dio.
L’altra
immagine è presa dal contesto della vita sociale e politica. La schiavitù può
riferirsi sia al singolo schiavo, sia al popolo sottomesso o deportato. Questo
popolo pienamente libero conduce un’esistenza inferiore, sottomessa a vessazioni
e violenze, sogna la libertà. Ci riferiamo al popolo ebreo in Egitto. La
liberazione politica dalla schiavitù egiziana è stata vissuta come salvezza,
come simbolo di liberazione da ogni male e accesso alla terra promessa.
Queste due
situazioni di angoscia, colpiscono l’umanità in modo radicale e appartengono
alla propria condizione. Di seguito sono riportate solo salvezze provvisorie,
che interpellano l’uomo sulla salvezza assoluta, cioè, una vita libera e
definitivamente risorta.
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1.
Questioni preliminari
1.1
Concezioni orizzontali o salvezza terrena.
È
l’atteggiamento dell’umanesimo radicale, secondo cui l’uomo ha in se stesso la
capacità di vincere ogni male e raggiungere ogni meta. L’Illustrazione presumeva
che la diffusione del sapere e l’estensione generale dell’educazione, bastassero
da soli per realizzare la liberazione dell’uomo, o che attraverso il progresso,
i mali principali della società, potessero essere definitivamente eliminati.
Allo stesso modo, lo sviluppo tecnico e le recenti conquiste della scienza,
hanno diffuso in molti, la convinzione di una potenza quasi illimitata,
l’illusione di poter risolvere tutti i problemi, compresa la malattia e la
morte. In oltre, le scienze umane hanno dato a molti l’impressione che anche i
problemi fondamentali dell’esistenza, la solitudine, l’incapacità di amare, il
senso dell’esistenza, avessero trovato soluzioni nella scienza. Su questa linea,
i così chiamati “maestri del sospetto” della cultura contemporanea, propongono
il rifiuto di Dio come la via per l’autentica liberazione e realizzazione
dell’uomo sul piano sociale (Marx), psicologico (Freud) ed etico (Nietzche).
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1.2
Salvezza ultraterrena
Al polo
opposto si trova la corrente teologica che considera la salvezza esclusivamente
come una situazione che inizia dopo la morte e, definitivamente, con la
resurrezione dei morti, negando ogni anticipazione storica. Ogni riflesso
presente di salvezza, facendo dipendere il futuro salvifico esclusivamente dalla
volontà di Dio, riducendo il contributo umano solo all’atteggiamento di fede in
Lui, o al merito acquisito col le opere buone. Da questa prospettiva, il tempo
presente è il tempo della misericordia, ovvero, il luogo concesso all’uomo per
fuggire dalla giustizia di Dio in virtù di una concessione benigna dello stesso
Dio. In effetti, con la morte termina il tempo della misericordia, e la
giustizia di Dio considererà come positivo, ciò che la sua grazia abbia operato
attraverso la fede dell’uomo peccatore.
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1.3
Concetto unitario di salvezza
A partire
dal Vaticano II, la teologia ha insistito sulla relazione intima tra il presente
ecclesiale e il futuro salvifico e tende all’unificazione dei fini dell’uomo.
Mentre la teologia classica si distingueva tra un fine naturale, autonomo e
sufficiente, e uno sovrannaturale, gratuito e associato da un dono
misericordioso di Dio, la teologia illustra l’intimo rapporto tra la storia, il
lavoro, l’impegno temporale e il destino eterno dell’uomo, fino al punto di
parlare di un unico fine concreto dell’uomo nel piano di Dio. Il Vaticano II,
tralasciando le disquisizioni teoriche, ha optato per un’unica vocazione storica
dell’uomo:
“Cristo
morì per tutti e la vocazione definitiva dell’uomo è realmente una sola, cioè,
la vocazione divina. Di conseguenza dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo offra
a tutti la possibilità che, in un modo conosciuto solo da Dio, si uniscano a
questo mistero pasquale” (GS 22).
Questa
sottolineatura unitaria ha favorito la spiritualità dell’incarnazione, che
sottolinea la dimensione storica della salvezza e insiste sulla relazione
intrinseca tra l’impegno temporale e la salvezza dell’uomo. In poche parole,
nella teologia preconciliare il termine salvezza si riferiva alla situazione
definitiva dell’uomo dopo la morte, e alla sua vita in Dio; al contrario, nella
teologia attuale, si riferisce abitualmente a tutte le fasi della vita umana.
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2.
Dimensione trinitaria della salvezza
Il termine
“soter” (Salvatore) appare nel N.T. 22 volte: in 8 di questi testi si applica a
Dio (Padre), e in 14 a Gesù Cristo. Bisogna avvertire che la maggioranza di
questi testi appartengono alle lettere pastorali. Questa statistica ci indica,
già di per se stessa, che la salvezza, che trova la sua origine nel Padre, si
realizza per mezzo di Gesù Cristo, “nostro Salvatore”, e si consuma mediante
l’azione santificatrice dello Spirito Santo. Il dinamismo interno di questa
manifestazione di Dio per la salvezza dell’uomo è guidato dall’amore, “Dio è
amore” (1 Gv 4, 8.16). Questa frase traduce l’esperienza fondamentale e decisiva
fatta dall’uomo nella storia della salvezza, e significa che Dio chiama gli
uomini alla comunione personale con Lui per mezzo di suo Figlio nello Spirito.
Per ampliare il senso di questa definizione possiamo citare i testi seguenti,
dove l’amore appare come la rivelazione della Trinità economica:
“Dio
infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque
crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio
nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui”
(Gv. 3, 16-17). “Cristo vi ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a
Dio in sacrificio di soave odore” (Ef. 5, 2; Gal. 2, 20). “La speranza poi non
delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello
Spirito Santo che ci è stato dato” (Rm. 5,5).
In questo
paragrafo svilupperemo in modo specifico la dimensione trinitaria della
salvezza: come trova la sua origine nel Padre, la sua realizzazione nel Figlio e
termina nello Spirito Santo.
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2.1 Dio
Padre, fonte e origine di salvezza
“La
salvezza, la gloria e il potere, appartengono al nostro Dio” (Ap 19,1). Così
recita la moltitudine immensa dei beati nel cielo: la salvezza, rappresentata
nel banchetto di nozze dell’Agnello (19,7), appartiene a Dio Padre, si deve a
Lui. Il N.T. utilizza il termine “disegno” per riferirsi al piano salvifico di
Dio sugli uomini:
“Dio
infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base
alle nostre opere, ma secondo il suo proposito e la sua grazia; grazia che ci è
stata data in Cristo Gesù fin dall'eternità” (2 Tim. 1,9).
Questo
disegno di Dio è l’oggetto della predicazione della Chiesa. Paolo nel discorso
d’addio agli anziani della Chiesa di Efeso, sottolinea che non si è sottratto al
compito di annunciare “tutta la volontà di Dio” (At. 20,27). É evidente la
relazione che esiste tra questo disegno e la testimonianza data dallo stesso
Paolo “di rendere testimonianza al messaggio della grazia di Dio” (At 20,24); è
chiara anche la relazione del disegno con la “predicazione del Regno di Dio” (At
20,25), che l’Apostolo menziona alcuni versi prima. Paolo, annunciando il
vangelo rende testimonianza sul disegno di Dio che tende ad edificare il regno
annunciato. A partire da questi testi abbiamo un’approssimazione per ciò che
intendiamo per disegno di Dio: è la volontà di Dio di costruire un regno i cui
cittadini credono e sperano che si realizzi per la grazia di Dio promessa nel
vangelo e si affannano per rendere testimonianza di essa. Lo stesso vangelo è
concepito in uno dei più celebri paesaggi paolini come “una forza di Dio per la
salvezza di chiunque crede” (Rm. 1,16). In un altro passaggio della 1ª di
Pietro, si mette in relazione anche la salvezza con lo spiegamento della potenza
di Dio:
“Dalla
potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, per la vostra salvezza,
prossima a rivelarsi negli ultimi tempi” (1 Pt. 1,5).
La
salvezza, derivante dalla potenza di Dio, è disposta a rivelarsi, però questa
rivelazione necessita di mediazioni che la chiariscano e le permettano di
irrompere nel tempo e nel mondo. La prima e principale mediazione è la parola.
Per indicare che la forza salvifica di Dio è arrivata a noi, si può dire
realmente che “a voi è stata inviata questa parola di salvezza” (At 13,26),
espressione che si riferisce alla venuta di Cristo. San Paolo afferma anche su
questa linea: “questo è il vangelo che vi salva” (1 Co 15,2). L’accoglienza
fedele di questa parola, costituisce la fase ultima della mediazione. “La forza
di Dio ci custodisce per la salvezza mediante la fede” (1 Pt. 1,5), cioè
mediante l’atteggiamento radicale dell’uomo di aprirsi e di ricevere la salvezza
gratuita di Dio mediante l’atto di fede soggettiva.
Riassumendo possiamo dire che il Padre è il Salvatore che è l’unica origine
della salvezza (Tit 1,3; 1 Tim 1,1; Gud 25), perché egli è la bontà originale
che deve manifestarsi agli uomini. Appartengono al Padre, quindi, il mistero di
salvezza nella sua bontà originale e il disegno di salvezza per tutti gli uomini
(1 Tim 2,3-4; 4, 10), disegno che sarà raggiunto per mezzo di suo Figlio Gesù
Cristo.
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2.2 Gesù
Cristo, “Salvatore del mondo” (Gv 4,42)
Nella 1ª
lettera di Giovanni troviamo questa confessione di fede:
“noi
stessi abbiamo veduto e attestiamo che il Padre ha mandato il suo Figlio come
salvatore del mondo” (1 Gv. 4,14).
Questa
affermazione teologica percorre tutti gli strati del N.T., dalla nascita di Gesù
fino alla sua esaltazione alla destra del Padre.
2.2.1
Catechesi dei Sinottici
Nell’annuncio a Giuseppe, l’angelo gli dice: “tu lo chiamerai Gesù: egli infatti
salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Mt 1,21). Un angelo annuncia anche ai
pastori la nascita di Gesù in questi termini:
“vi
annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella
città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore” (Lc 2, 10-11).
Questo è
la missione che realizzerà Gesù durante tutta la sua vita pubblica, curando i
malati, perdonando i peccati, privilegiando i poveri e gli emarginati,
mostrandoci nelle sue parabole il volto misericordioso del Padre, in una parola,
annunciando l’arrivo del Regno di Dio (Mc 1,15; Mt 12,28). Il senso e la ragione
di essere della sua vita, resta perfettamente riflesso in questa sua frase: “il
Figlio dell'uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto” (Lc
19,11).
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2.2.2 La
teologia paolina
Gli
scritti paolini e postpaolini, centrano l’azione salvifica di Gesù sul mistero
pasquale, sulla morte e resurrezione. È qui che arriva al suo punto culminate il
disegno salvifico del Padre. Di seguito trascriviamo alcuni testi più
importanti:
“Ora
invece… sono giustificati gratuitamente (i peccatori) per la sua grazia, in
virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù. Dio lo ha prestabilito a
servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue, al
fine di manifestare la sua giustizia, dopo la tolleranza usata verso i peccati
passati, nel tempo della divina pazienza. Egli manifesta la sua giustizia nel
tempo presente, per essere giusto e giustificare chi ha fede in Gesù” (Rm 3,
24-26).
La forza
salvifica del Padre si è manifestata in modo definitivo “ora” (l’ora messianica)
in Cristo crocifisso, costituito strumento del perdono (ilasterion). L’uomo ha
accesso a questa salvezza mediante la fede, nella sua morte.
“Ma Dio
dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori,
Cristo è morto per noi. A maggior ragione ora, giustificati per il suo sangue,
saremo salvati dall'ira per mezzo di lui. Se infatti, quand'eravamo nemici,
siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più
ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita”. (Rm 5, 8-10).
“Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi,
come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?” (Rm 8,32).
In questi
testi appare chiaro che la manifestazione suprema dell’amore del Padre, consiste
nel dono di suo Figlio fino alla morte. Per questo gesto supremo d’amore, Dio
pone gli uomini nel processo della salvezza, perché li riconcili con lui e li
salverà definitivamente per farli partecipi della sua vita.
Questa
spessa prospettiva appare nelle lettere deutero-paoline:
“Dio,
ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti
che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo: per grazia infatti
siete stati salvati. … Per questa grazia infatti siete salvi mediante la
fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; … Siamo infatti opera
sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone che Dio ha predisposto perché noi
le praticassimo” (Ef. 2, 4-5; 8-10).
All’origine della salvezza dell’uomo c’è l’amore e la misericordia di Dio, che
per pura grazia ci ha salvato in Cristo mediante la fede, realizzandosi così in
noi una nuova creazione (cf. 2 Co 5, 17; Gal 6,15).
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2.2.3 La teologia giovannea
Gli
scritti giovannei ci presentano lo stesso schema teologico di salvezza.
All’origine di tutto c’è l’amore del Padre per gli uomini, che trova la sua
suprema rivelazione nell’invio e nel dono di suo Figlio perché il mondo si salvi
per mezzo di lui (cf. Gv 3, 16-17). Vedendo l’azione salvifica del Padre
realizzata in Gesù, l’autore del quarto vangelo può affermare che Gesù, “è il
Salvatore del mondo” (Gv. 4, 42), inviato da Dio. La predicazione di Gesù ha
come fine la salvezza dei suoi ascoltatori (Gv. 5, 34). La sua funzione come
mediatore di salvezza appare anche esposta con chiarezza:
“Io sono
la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà
pascolo” (Gv 10,9), “perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per
salvare il mondo” (Gv 12, 47). “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno
viene al Padre se non per mezzo di me” (Gv. 14, 6).
La
salvezza realizzata da Gesù, arriva a ciascuno dei credenti attraverso i
sacramenti: la rigenerazione attraverso l’acqua dello Spirito (Gv 3,5), il
sacramento del suo corpo e del suo sangue, dove ha luogo la comunione intima tra
Gesù e il credente (Gv 6,56). Le sue parole hanno un valore salvifico perché
sono spirito e vita (Gv 5,34; 6,63). Lui è venuto per dare vita agli uomini e
perché l’abbiano pienamente. Egli è il buon pastore che dà la vita per il suo
gregge (Gv 10,10-11).
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2.3 Lo
Spirito Santo, perfezionatore della salvezza
La
salvezza che trova la sua origine nel Padre è stata realizzata nel mistero di
Cristo, arriva a ciascun uomo attraverso l’azione dello Spirito Santo. Egli è
l’anima della Chiesa, realizza questa salvezza nei membri del popolo di Dio
attraverso la parola predicata e scritta già nei sacramenti e nei carismi; in
questo modo conduce la comunità cristiana verso la salvezza escatologica.
2.3.1 Lo
Spirito realizza la salvezza tramite la Parola.
Sono molti
i testi del N.T. che parlano del valore salvifico della Parola di Dio (At 20,32;
Eb 4,12; 1P 1,22-25; San 1, 18-21). La ragione è che questa Parola è stata
proclamata e scritta per ispirazione dello Spirito, soffio vitale di Dio. Nella
1ª lettera di Pietro c’è un testo classico in cui appare l’azione dello Spirito
sulla parola annunciata nell’A.T. relativo alla salvezza:
“Su questa
salvezza indagarono e scrutarono i profeti che profetizzarono sulla grazia a voi
destinata cercando di indagare a quale momento o a quali circostanze accennasse
lo Spirito di Cristo che era in loro, quando prediceva le sofferenze destinate a
Cristo e le glorie che dovevano seguirle. E fu loro rivelato che non per se
stessi, ma per voi, erano ministri di quelle cose che ora vi sono state
annunziate da coloro che vi hanno predicato il vangelo nello Spirito Santo
mandato dal cielo” (1 P 1, 10-12).
Questo
testo contiene in sintesi l’azione dello Spirito nei profeti e negli apostoli.
Il centro di tutto è il mistero di Cristo, che è mistero di “salvezza”, è
“grazia” e consiste “nella sofferenza e glorificazione” di Cristo. Questo
mistero è stato annunciato dai profeti, che possedevano “lo Spirito di Cristo
dandone testimonianza”. “Ora”, cioè, in questa tappa definitiva, gli apostoli
ricevono lo Spirito inviato dal cielo per Gesù Cristo già glorificato per
“annunciare il vangelo”, la grande notizia della salvezza in Cristo.
Questa
parola dei profeti e degli apostoli, è contenuta nella Sacra Scrittura e ha un
valore salvifico perché è stata scritta per “dagli uomini che hanno parlato da
parte di Dio spinti dallo Spirito Santo” (2 Pt 1,20-21). È ciò che viene posto
in rilevo nel testo conosciuto della 2ª lettera a Timoteo:
“Tu però
rimani saldo in quello che hai imparato e di cui sei convinto, sapendo da chi
l'hai appreso e che fin dall'infanzia conosci le sacre Scritture: queste possono
istruirti per la salvezza, che si ottiene per mezzo della fede in Cristo Gesù.
Tutta la Scrittura infatti è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere,
correggere e formare alla giustizia, perché l'uomo di Dio sia completo e ben
preparato per ogni opera buona” (2 Tim 3, 14-16).
In questo
brano l’oggetto proprio della dichiarazione, è l’efficacia della Sacra
Scrittura. Questa Scrittura è designata come parola viva uscita dalle labbra di
Dio. Quando la sua parola viva e rivelatrice si converte in scrittura, non si
trasforma in lettera morta, ma continua ad essere Scrittura vivificata dal
soffio divino che è il suo Spirito e perciò può “comunicare la sapienza in
ordine alla salvezza”.
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2.3.2 La
salvezza, opera dello Spirito, che agisce mediante i sacramenti
Sebbene lo
Spirito Santo agisca tramite i sette sacramenti, qui vogliamo riferirci solo al
battesimo e all’eucaristia. Lo Spirito Santo agisce nella salvezza dell’uomo nel
sacramento del battesimo. Così appare nell’affermazione di Gesù a Nicodemo:
“In
verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può
entrare nel regno di Dio” (Gv 3,5).
Nella
lettera a Tito, troviamo un testo dove appare tutta la Trinità che opera la
salvezza dell’uomo tramite il “battesimo rigeneratore”:
“Quando
però si sono manifestati la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per
gli uomini, egli ci ha salvati non in virtù di opere di giustizia da noi
compiute, ma per sua misericordia mediante un lavacro di rigenerazione e di
rinnovamento nello Spirito Santo, effuso da lui su di noi abbondantemente per
mezzo di Gesù Cristo, salvatore nostro” (Tit 3, 4-6).
L’amore e
la misericordia del Padre, salvano l’uomo tramite la nuova nascita e
rinnovamento nello Spirito Santo, che avviene nel battesimo. Lo Spirito, che è
stato effuso su tutta l’umanità mediante la morte e resurrezione di Cristo (cf.
At. 2, 33), fa si che chi è rinato interiormente si rinnovi di giorno in giorno
e trasformandosi in immagine del Signore risorto (2 Co 4,16; 3, 18).
L’eucaristia, sacramento di salvezza, è la memoria attualizzata della morte e
resurrezione di Cristo. Quindi, lo Spirito ha agito nella morte (Eb 9, 14) e
nella resurrezione di Cristo (Rom 8, 11). Perciò, nella preghiera eucaristica,
si invoca lo Spirito nelle due epiclesi, perché realizzi la trasformazione dei
doni e l’unità dei membri della Chiesa.
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2.3.3 I
carismi e i frutti dello Spirito
Lo Spirito
Santo realizza la salvezza nella Chiesa mediante i carismi che distribuisce tra
tutti i fedeli (1 Co 12, 28; Rom 12, 4-8; Ef 4, 11-12), carismi che sono
ordinati al servizio del prossimo e all’edificazione della Chiesa. Il cristiano
vive grazie allo Spirito; di conseguenza deve agire anche secondo lo Spirito
(Gal 5, 25). In questo contesto Paolo menziona i frutti dello Spirito:
“amore,
gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal
5,22).
Allargando
il senso, diremo che sono frutti dello Spirito, l’orientamento retto della vita,
la capacità rinnovata d’amare, la libertà interiore ed esteriore… Questo sul
piano individuale. Sul piano collettivo, il frutto dello Spirito potremmo
chiamarlo, clima fraterno, trasparenza mutua, percezione che possiamo fidarci
reciprocamente e contare sugli altri…
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2.3.4
Segnati dallo Spirito per il giorno di salvezza (Ef 4,30)
Colui che
ha ricevuto il battesimo è stato segnato dallo Spirito Santo in vista della
salvezza definitiva, per il giorno della redenzione. Nel frattempo possediamo lo
Spirito come anticipo, ovvero, come pegno o garanzia della liberazione finale (2
Co 1, 21-22; Ef 1, 13-14; 4,30). Dio ci ha dato le primizie di questa
liberazione nella resurrezione di Cristo (1 Co 15, 20-23). Il cristiano, che
possiede le primizie dello Spirito (Rom 8,23), vive con la ferma speranza che lo
stesso Dio che ha resuscitato Gesù dai morti, farà rivivere i nostri corpi
mortali per mezzo del suo Spirito che dimora in noi (Rom 8,11).
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3.
Conclusione
Da una
prospettiva unitaria di salvezza, sono coinvolte tutte le fasi della vita
dell’uomo: comincia in questo mondo e terminerà nella vita piena di Dio. In
questo senso dobbiamo compiere uno sforzo per dedurre dalla dottrina
precedentemente esposta, le conseguenze che da essa derivano. Essere salvati dal
Padre significa divenire partecipi della sua natura divina (2 Pt 1,4), giacché
nel battesimo abbiamo ricevuto la filiazione divina. Ciò ci conduce a
collaborare nel disegno salvifico del Padre, impegnandoci nella salvezza di
tutti gli uomini, perché tutti conducano una vita degna della loro condizione,
siano rispettati i diritti umani e arrivino alla liberazione integrale. Essere
salvati da Gesù di Nazareth significa configurarci a lui, trasformarci nella sua
immagine. Questo processo comincia mettendoci alla sua sequela, come ce la
presenta nel vangelo, impegnati nella costruzione del regno, affrettando il suo
arrivo, privilegiando i più poveri affamati e assetati di giustizia (Mt 5,6).
Essere salvati nello Spirito presuppone l’essere rinnovati interiormente da lui
(Tit 3,5). Ciò ci conduce ad una nuova visione dell’esistenza, avendo Gesù
Cristo come Signore e Dio come Padre, lavorando per la comunione e la
solidarietà tra tutti i figli di Dio, orientati sempre verso la salvezza
escatologica.
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Bibliografía
AA.VV.,
El Dios de nuestra salvación (SET 11), Secretariado Trinitario, Salamanca
1977.
AA.VV.,
Cristo, Redentor del hombre (SET 18), Secretariado Trinitario, Salamanca
1986.
AA.VV.,
La teología trinitaria de Juan Pablo II (SET 22), Secretariado
Trinitario, Salamanca 1988.
A.
ARANDA (ed.), Trinidad y salvación, EUNSA, Pamplona 1990.
B.
SESBOÜÉ, Jesucristo, el único mediador. Ensayo sobre la redención y la
salvación, I-II, Secretariado Trinitario, Salamanca 1990.
Spunti
per il dialogo
1.
Commentare alcuni testi biblici e gli aspetti più salienti del tema.
2.
Implicazioni pratiche del concetto unitario di salvezza nel carisma e
nella spiritualità trinitaria.
3.
Gesù Cristo unico Salvatore, e il dialogo interreligioso (Cf. Il
documento “Dominus Iesus” della Congregazione per la Dottrina della Fede, del 5
settembre 2000).
4.
Vi è salvezza al di fuori della Chiesa?
5.
Riferimenti o punti di contatto tra la proposta cristiana di salvezza e
la sensibilità contemporanea.
6.
Dove è possibile oggi incontrare Cristo Salvatore e fare un’esperienza di
salvezza?
TOP QUADERNI
Quaderni di
formazione permanente n. 20
L’esperienza del Dio Trinitario
nella prassi cristiana
Introduzione
1. Il
cristianesimo non è una morale, ma un mistero d’amore…
2. La
prassi cristiana è una prassi di unione al mistero di comunione trinitaria, e
passa attraverso l’unione al mistero di Cristo e al suo cammino pasquale.
Un’applicazione alla nostra spiritualità
3.
Il fondamento teologico trinitario e le sue implicazioni nella
comprensione e nel linguaggio dell’etica cristiana.
Conclusione
Suggerimenti per
il dialogo
TOP QUADERNI
Quaderni di formazione permanente n. 20
L’esperienza del Dio Trinitario nella prassi cristiana
Pedro Bustinza
Introduzione:
L’idea che cerco di sviluppare in questa linea, è che la prassi cristiana ha un
fondamento teologico e ciò non è altro che l’autocomunicazione amorosa di Dio
Padre, Figlio e Spirito Santo nella storia di Gesù. Ho scritto queste righe
rispondendo a dei suggerimenti delle mie letture sul tema del Mistero di Dio e,
ultimamente, dei seguenti libri, molto semplici tutti eccetto, forse, più per la
sua voluminosità che per altro, quello di M. Vidal.
—VIDAL, M., Nueva moral
fundamental. El hogar teológico de la ética, Desclé de Brouwer, Bilbao 2000.
—CAMBRON, E., La
Trinidad modelo social, Ciudad Nueva, Madrid 2000.
—VON BALTHASAR, H. U.,
Quién es cristiano, Sígueme, Salamanca 2000.
—IDEM, Sólo el amor es
digno de fe. Sígueme, Salaman7ca 1999.
—W. KASPER,
Introducción a la fe, Sígueme, Salamanca 1989.
Penso che, in un modo o nell’altro, e in modo
esplicito e come obiettivo in M. Vidal, appare sempre questa necessità di
accentuare il fondamento teologico della morale cristiana. Non faccio molte
citazioni; non è per pretendere di sembrare originale, che non lo sono, ma forse
per mancanza di metodo o perché credo che è il carattere di questo lavoro. Ad
ogni modo credo che ciò che è importante è risaltare l’idea centrale.
A conferma di questo accordo già arrivando al
fondamento trinitario di tutto, credo che tuttavia resti molta riflessione
pendente su una comprensione trinitaria della persona e dell’opera di Gesù e
delle sue implicazioni in tutta la teologia e nella prassi cristiana. L’unione
tra il cristologico e il trinitario, non credo che abbia soddisfatto tutte le
sue possibilità in teologia.
TOP
1.
Il cristianesimo non è una morale, ma un mistero d’amore…
Essenzialmente il cristianesimo non è una morale. È
probabile che questo tuttavia sorprenda a molti; si deve al fatto che ci è
corrisposto di vivere in un’epoca eccessivamente “moralista”. M. Vidal,
nell’opera citata, ci parla della “sindrome della morale” che è esistita nella
Chiesa cattolica, e non solo in tema di vita sessuale, coniugale o familiare, ma
negli atti religiosi come il credere, il pregare, il celebrare i sacramenti,
ecc., che sono stati considerati sotto la prospettiva preferibile dell’obbligo
morale e non come frutto di gioia per la buona notizia dell’amore di Dio
rivelato in Cristo e per la libertà di figli alla quale siamo stati chiamati
nello Spirito (cf. p. 681 ss; 243 ss). Anche H.U.V. Balthasar, si riferisce
subito al pericolo di un riduzionismo etico della fede cristiana. Quasi possiamo
dire che abbiamo vissuto la fede cristiana dal punto di vista degli imperativi
morali, invece di vivere l’amore di Dio manifestato in Cristo come fondamento e
orientamento di ogni prassi. Penso che il moralismo, che tuttavia non abbiamo
superato, sia uno degli ostacoli per vivere la nostra fede in allegra pienezza.
Perciò, così come si è scritto che la teologia dogmatica, colpita frequentemente
da una eccessiva razionalità, deve recuperare il suo fondamento trinitario
(Bruno Forte parla della necessità di tornare alla “patria trinitaria”), anche
la teologia morale deve recuperare il suo centro trinitario perché sia veramente
morale cristiana. Non è altro che il senso dell’espressione di M. Vidal sul
“focolare teologico” dell’etica cristiana.
Il contenuto fondamentale della rivelazione di Dio in
Cristo, è l’autocomunicazione amorosa di un Dio che è comunione trinitaria e
che, in libertà totale e per puro amore, si apre atraverso la comunicazione, a
tutta la creazione e soprattutto all’umanità, per integrarla in questa comunione
(1 Gv 4, 8-16; Gv 3, 16-17). La tesi forte nel N.T., è che l’avvento di Gesù
avviene nella dinamica trinitaria e si comprende solo da essa. Questo è il punto
di partenza e di arrivo di tutte le tradizioni del N.T. Essendo così, è evidente
che l’esistenza cristiana non può intendersi da una pura moralità del dovere e
degli obblighi, ma da questa trasformazione per l’amore e l’incorporazione alla
comunione trinitaria che è il fondamento e rende un senso a tutto.
All’origine vi è il disegno del Padre, del Figlio e
dello Spirito Santo, che nella storia di Gesù si manifesta come un disegno di
amore redentore (Gv 17, 4; 3, 16). Questa è la verità che ci ha manifestato
nella meravigliosa storia di Gesù di Nazareth nella quale la sua vita di amore e
consegna totale per la nostra salvezza, è segno dell’amore e consegna di Dio
trinitario; perciò si dice “opus redemptionis, plenitudo trinitatis”. Per questo
diciamo che parlare di Gesù di Nazareth, significa parlare di presenza
trinitaria, e parlare dell’amore e della consegna di Gesù di Nazareth vale a
dire parlare dell’amore e della consegna di Dio Trinità (T.M.A. 89). Questo è il
grande mistero della nostra fede; la radice del mistero non si trova tanto nella
distanza incomprensibile di un Dio trascendente e assoluto, ma nella vicinanza
scandalosa della presenza di Dio Trinità nella storia umana attraverso da vita,
la morte e resurrezione di Gesù di Nazareth.
In Gesù di Nazareth, l’amore trinitario si manifesta
come il fondamento di tutto. È origine e meta di ogni realtà e ciò che da senso
e consistenza al passato, presente e futuro dell’uomo. Perciò la salvezza
cristiana, la fede, la chiesa e la vita cristiana, posso solo essere compresi da
una prospettiva trinitaria. Il concetto del cristianesimo è teologale più che
morale. È questo volto del Dio trinitario che ci chiama dalla storia d’amore e
consegna di Gesù di Nazareth, e non un cumulo di leggi e norme sotto il cui peso
abbiamo avuto più di una volta la sensazione di morire asfissiati. È il volto
del Dio trinitario che, nella storia di Gesù, è capace di andare oltre lo stesso
peccato e la morte precisamente per vincerli con l’amore. La croce, coronata con
la resurrezione, sarà la parola più eloquente di questo amore, avviso costante
della sua presenza e invito a seguire questo cammino come l’unico cammino di
vita. La condotta cristiana non è dettata dall’esterno, dalla pura legge, ma
nasce dall’interno, dall’amore che suscita in noi l’amore trinitario.
É necessario comprendere Cristo e la sua opera come
presenza personale di Dio Trinità. Il mistero di Cristo è mistero trinitario. A
volte si parla di cristomonismo teologico ed ecclesiale come posizioni dominanti
nella vita ecclesiale: Cristo e la chiesa saranno l’unico punto di riferimento
valido e necessario per la salvezza, dimenticandosi del riferimento essenziale
di Cristo con il Padre e lo Spirito. In questo modo, si toglie Cristo e la
Chiesa del loro fondamento trinitario e pneumatologico. Forse questo è la
ragione di una ecclesiologia che pone il centro su l’istituzionale più che sulla
Buona Notizia. Però non è possibile comprendere la storia di Gesù se non come
presenza personale di Dio Trinità. Tutto in lui, parole, gesti, opere,
preghiera, vita e morte consegnata, sono manifestazioni di questa presenza. In
Gesù, vediamo il Figlio che nel potere dello Spirito ci rivela l’amore infinito
del Padre. La storia di Gesù è la storia del Figlio pieno di Spirito Santo col
quale e nel quale il Padre è sempre presente; la sua storia di consegna pasquale
è storia dell’amore redentore trinitario. La storia dell’uomo, Gesù rivela anche
la verità dell’uomo che ha accettato pienamente le vie dell’amore ed è stato
costituito, nella resurrezione, Figlio di Dio e Salvatore, essendo la sua vita
un cammino di filiazione per coloro che credono in lui (Col 1,15; Rom 8,29; GS
22). Così lo ha appreso la chiesa da sempre (2 Co 13,13; LG 4; UR 2): lo schema
trinitario è presente in questa esortazione battesimale, nella catechesi nelle
formule della liturgia e sempre che si tratti di esprimere il mistero cristiano
(Myst. Salutis II/Ip 162). Questo è ciò che confessiamo nel credo, ciò che
celebriamo nella liturgia. Questa fede determina la nostra preghiera e la nostra
vita; è una fede che si fonda sull’amore incondizionato e perciò ci apre sempre
un futuro nella difficile storia umana.
Nel cristianesimo la cosa principale è l’amore, la
grazia e il dono di Dio; non la legge o l’obbligo. È cristiano colui che entra
in questa logica dell’amore. In esso trova un punto di riferimento
insostituibile: il cammino pasquale di Gesù, come piena manifestazione
dell’amore trinitario e come piena risposta umana, in Cristo, a questo amore. È
cristiano colui che si abbandona nelle mani di Dio e accetta di partecipare al
suo progetto della nuova umanità, realizzato in Cristo, il nuovo Adamo (1 Co
15,54; Rom 8, 29), perché ci sembra che sia il miglior progetto per il futuro
per l’uomo e le sue speranze. L’unica garanzia che abbiamo per questa scelta, è
lo stesso Gesù risorto come espressione massima dell’essere e agire di Dio e
come verità dell’uomo che ha creduto in questo Dio. Il lui si è realizzato
pienamente l’incontro Dio-uomo e per esso si converte in riferimento e
mediazione di ogni incontro con il Dio trinitario.
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2.
La prassi cristiana è una prassi di unione al mistero di comunione
trinitaria, e passa attraverso l’unione al mistero di Cristo e al suo cammino
pasquale.
Nell’intera vita di Gesù, assunta e coronata nella
Pasqua, troviamo la rivelazione dell’amore trinitario aperto agli uomini come
amore di dono e perdono totale, compresi i carnefici del Figlio. È qui il luogo
in cui si manifesta l’autentico amore redentore, l’amore che umanizza e che
salva perché, nella morte e resurrezione di Cristo, ci colloca oltre il peccato
e la morte. Perciò quando parliamo del cammino cristiano, non possiamo
prescindere da Gesù e dal suo mistero di amore donato, che ci apre a Dio un
futuro di libertà e novità.
Oggi, nel momento di specificare le esigenze etiche
del nostro fondamento teologico che è il Dio trinitario, è frequente partire
dalla Trinità costante o dall’amore intra-trinitario come paradigma necessario
per ogni amore interpersonale. Tutte le dimensioni importanti, sia nell’ordine
dell’essere come dell’agire, dell’esperienza umana restano determinate dal
nostro fondamento trinitario che è l’amore interpersonale in Dio;
l’amore-comunione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo che sono
fondamento e modello di ogni amore. Questa linea è quella che segue generalmente
l’interpretazione della Trinità come modello sociale, ecc., dove l’etica si
presenta come la realizzazione della fraternità in comunione secondo il
paradigma dell’amore interpersonale in Dio Trinità. Così, si parla della Trinità
come “paradigma etico” (M. Vidal, 66).
Questo è un cammino molto frequentato oggi nella
teologia e che trova il suo appoggio tanto nel N.T. come nel magistero. Non
possiamo negare né la sua legittimità né le sue grandi possibilità. Però,
crediamo che bisogna prestare maggiore attenzione al cammino che Dio stesso ha
eletto per rivelarci il suo volto trinitario e il cammino della nostra unione a
lui. Dio ci ha manifestato il suo volto e il suo cammino nella storia di Gesù
che ottiene tutto il suo senso e pienezza nella storia della Pasqua. La
resurrezione è quella del predicatore del regno, del Figlio che pieno dello
Spirito ha camminato nell’ubbidienza e nell’amore donato al Padre e ai fratelli
ed è stato costituito Figlio nella pienezza della resurrezione. Non si comprende
la Pasqua se non dalla relazione Padre e Figlio nella comunione dello Spirito; e
non la si comprende se non dalla compassione solidale del Padre che si esprime
totalmente nel Figlio e nello Spirito di comunione; non la si intende se non
come invito rivolto a tutti gli uomini all’unione amorosa verso questo amore
trinitario. Perciò crediamo che questo sia il cammino sia per conoscere il Dio
trinitario nel suo amore redentore, come quello della nostra unione a questo
mistero e la nostra relazione umana. L’amore di Dio è amore pasquale e l’amore
pasquale sarà anche il cammino della trasformazione umana. Come dice B. Forte,
nell’amore trinitario manifestato nella vita e nella pasqua di Gesù, troviamo la
risposta al problema universale di imparare ad amare. Perciò, è nel mistero
pasquale il luogo in cui percepiamo l’autentico carattere della nostra fede e il
luogo di verifica di tutti gli aspetti della stessa fede:
- In primo luogo, nel mistero pasquale vediamo chi è
Dio per l’uomo. Il volto di Dio che è amore trinitario, come aperto agli uomini
in pura donazione, ricreando un cammino di vita nuova per l’umanità. La fede
sorge dalla convinzione e scelta per la persona e l’opera di Gesù, perché
crediamo che lì dove l’incarico di Dio e dell’uomo si sono fatti la stessa cosa
(W. Kasper).
- Per lo stesso motivo, è il mistero pasquale, come
mistero di salvezza attraverso l’amore di Gesù e sanzionato dal Padre con la
forza dello Spirito nella resurrezione, ciò che si converte nel centro
dell’annuncio cristiano. In Gesù ci viene rivelato l’unico cammino di libertà e
salvezza segnato da Dio.
- La Liturgia si convertirà nella dimensione
fondamentale della celebrazione e della vita trinitaria e in essa l’eucaristia
che trova il centro e culmine nella Trinità redentrice che si rende presente
nella Pasqua di Gesù. Nella Liturgia si attualizzano e rivivono le azioni
salvifiche di Dio nella storia umana e soprattutto gli interventi decisivi di
Dio nella vita, morte e resurrezione di Cristo. Attraverso la liturgia si
costruisce la nuova comunità di figli che oltre agli elementi simbolici o
giuridici, vivono, in fraternità, il loro cammino di filiazione in ubbidienza
amorosa uniti a Cristo e allo Spirito. Perciò la liturgia sarà fondamentalmente
pasquale. Questo è ciò che non permetterà mai che la liturgia cada nel
ritualismo o nell’estetica, né sia causa di evasione della difficile storia
umana con la quale si è impegnato il Dio trinitario fino al dono totale.
- Tutta la prassi cristiana si fonda sull’amore
trinitario presente nella vita d’amore e dono totale di Gesù di Nazareth. Il
credente assume la prassi di Gesù; una vita di consegna in ubbidienza per amore,
come l’unico modo di essere figli nel Figlio per il potere dello Spirito, che è
lo Spirito del Padre e del Figlio (Gal 4,6; Rom 5,5; 8,11); in apertura totale
ai fratelli, specialmente ai più poveri. Questa è la prassi trinitaria che,
nella vita e nella pasqua di Gesù, ha dimostrato che è l’unica capace di porre
vita e riconciliazione anche nel conflitto, nell’odio e nella morte ed è il
fondamento della nostra speranza perché Dio Trinità è con noi senza condizioni
(GS 24; 92).
In questo modo, il credente unendosi al mistero
pasquale come presenza dell’amore trinitario, percepisce chiaramente qual è la
sua fede, la sua identità e la sua missione, il suo annuncio e la sua
celebrazione così come il suo progetto esistenziale e anche la sua meta, giacché
configurati con Cristo mediante la sequela, che è possibile grazie allo Spirito,
abbiamo la speranza di risorgere con lui nella gloria del Padre (1 Co 15, 24).
Quando il posto centrale è occupato dalla Trinità e dal suo amore redentore,
questo luogo non sia occupato da altre mediazioni (mezzi spirituali, norme o
persone, ecc), che possano essere legittime ma non centrali, allora
raggiungeremo veramente un’esperienza spirituale unificata perché vivremo in e
dal “focolare trinitario” che è il focolare dell’amore fondante. Da qui possiamo
comprendere il vero senso dell’espressione “Caritas forma virtutum” di San
Tommaso come il fondamento dell’opera del cristiano. Oltre le giustificazioni
che si sono trovate per detta formula, ci piace la spiegazione di H.U. Von
Balthasar in “Chi è cristiano”: solo la fede e la vita cristiana possono
esprimersi dall’“amore pazzo” di Dio rivelato in Cristo. La nostra risposta non
può fondarsi in nient’altro che, con la forza dello Spirito, accettare questa
pazzia e convertirla in paradigma di vita.
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Un’applicazione alla nostra spiritualità
Penso che sia l’impianto che si rivela in buona parte
dei nostri scritti. Così, per esempio, nella “SS. Trinità nell’esperienza
cristiana dei figli di San Giovanni de Matha” (I. Vizcargüénaga in Trinitarium,
9), si insiste che il nostro Dio Trinità è il Dio di Gesù contemplato
dall’incarnazione e dalla redenzione; è il Dio Trinità presente nella nostra
storia, o il Dio Trinità redentrice. Da questa prospettiva, che è stata centrale
nell’esperienza di San Giovanni de Matha e che è centrale nella comprensione
attuale del mistero trinitario, il binomio Trinità-Redenzione degli schiavi
appare in tutta la sua unità, indissolubile. La storia di Gesù, con i suoi
momenti centrali di Incarnazione e Pasqua, è il luogo in cui si manifesta
l’amore e la passione del Dio trinitario per l’uomo e la sua dignità,
specialmente per i più poveri e oppressi. Per questa libertà si vive il dono
dell’amore trinitario nella vita e nella morte di Gesù. Perciò, questa storia di
Gesù come trasparenza del Dio amore trinitario, è la fonte nella quale
l’esperienza cristiana di Dio, è necessariamente esperienza trinitaria e
redentrice. È qui che si trova la radice del trinitario e della “domus
Trinitatis et captivorum”. Se crediamo nell’amore trinitario donato per la causa
della libertà totale dell’uomo, siamo spinti a continuare questa storia di
libertà fino a che Cristo prenda forma in noi (Gal 4, 18; Rom 6, 3-8). Quando la
morte e la resurrezione di Cristo diventano il fondamento della mia esistenza,
il mio amore sarà come il Cristo: amore donato fino alla morte (Gv 14, 15-24;
15, 12-14; anche in V.S. 15. 19. 20 e 21).
Per noi trinitari, è motivo di allegria il sapere che
l’esperienza spirituale che ci definisce e identifica, tocca il centro stesso
della rivelazione di Dio in Cristo, che à rivelazione di Dio come amore
trinitario redentore. Però deve essere una causa di forte esigenza, il sapere
che non possiamo parlare né vivere la nostra fede trinitaria se non ci apriamo
al mistero di amore e dono che, in Gesù, ha aperto per tutti gli uomini un
cammino di salvezza e libertà. Perciò, ha una singolare importanza la visione di
San Giovanni de Matha che si è convertito nel segno del nostro ordine, che è una
bella espressione della sua comprensione dell’amore redentore di Dio rivelato
in Cristo. Ogni eucaristia ci offre anche un’opportunità speciale per vivere
questa realtà salvifica.
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3.
Il fondamento teologico trinitario e le sue implicazioni nella
comprensione e nel linguaggio dell’etica cristiana.
Queste righe pretendono di essere la logica
conseguenza di ciò che abbiamo detto. Abbiamo affermato che solo la vita
cristiana può essere compresa come incontro tra Dio comunione trinitaria che, in
Cristo, si apre totalmente all’amore e alla comunione con gli uomini, e l’uomo
che accoglie questo amore e desidera unirsi al cammino pasquale che ci è stato
rivelato come la verità di Dio e la salvezza per gli uomini. Se questo è così,
dobbiamo dire che:
1. Nella vita cristiana, il ruolo principale è
ricoperto dalla fede in questo amore trinitario e salvifico. Una fede che è
necessariamente amore e speranza, giacché in questo impianto è impossibile
ridurre la fede alla mera ortodossia dottrinale. Come frequentemente dice M.
Vidal, l’etica cristiana non può essere altra cosa che “… della fede”. Il
credente è colui che si rende conto che “solo l’amore è degno di fede” e perciò
solo l’amore può essere la risposta degna all’amore originario come dice molto
bene H.U. von Balthasar dallo stesso titolo della sua opera citata.
2. Il mistero d’amore del Dio trinitario in Cristo,
continua dopo la resurrezione attraverso l’effusione dello Spirito e la presenza
di Cristo risorto nella liturgia e nella vita. Perciò, la celebrazione, che
trova la sua piena manifestazione nella liturgia e specialmente nell’eucaristia,
è il momento necessario e imprescindibile per accogliere e vivere il lode,
azione di grazia, richiesta e impegno, il mistero dell’amore salvifico di Dio
Trinità.
3. La vita morale cristiana non nasce come qualcosa
di preventivo o isolato della fede e della celebrazione, ma sorge da queste e si
ha in unione imprescindibile con esse, giacché sono gli elementi che rendono
consistente e vera la nostra convinzione di essere fondati sull’amore trinitario
originale. La morale è come un culto spirituale (Rom 12,1; Ef 5,20; Col 3,17).
La fede, celebrata nella liturgia, è ciò che ci ha fatto accogliere questo
mistero d’amore e orientare la nostra vita come figli del Padre nel Figlio Gesù,
seguendo in cammino di Gesù, specialmente il cammino pasquale, per il potere del
suo Spirito. Questo fondamento trinitario accolto in fede, speranza e amore,
vissuto costantemente nella liturgia, è ciò che da senso alla prassi morale
cristiana. Perciò, questo fondamento, deve essere presente nella vita del
cristiano e colorire tutti i propositi della vita morale e lo stesso linguaggio
di morale. Da questo fondamento possiamo dire che:
3.1 Il mistero dell’amore trinitario che si rende
presente nella vita e nella Pasqua di Gesù, costituisce il nostro … profondo, il
“luogo vitale” della nostra esistenza personale. Sappiamo di appartenere alla
“casa della Trinità” in quanto invitati ad essere figli nel Figlio Gesù per lo
Spirito Santo (Rom 8, 1-17; Gal 4, 1-7), e per esso stesso, ovvero per il senso
pasquale di rinnovamento trinitario, aperti a tutti gli uomini, specialmente i
più poveri e schiavizzati per costruire con loro la casa condivisa che Dio
vuole.
3.2 Questo fondamento deve essere anche il criterio
di verifica e convalida dell’esistenza cristiana nello spazio e nel tempo della
storia. Il senso cristiano di tutto risiederà sempre nel mistero di
autocomunicazione trinitaria manifestata in Cristo e accolto nella fede,
speranza e amore, celebrato nella liturgia e convertito in paradigma di vita. Da
questo fondamento non è possibile confondere l’amore cristiano né col lavoro
apostolico, né con la pura etica. Il nostro cammino sarà il cammino dell’amore
redentore di Dio manifestato nella pasqua di Gesù.
3.3. Il linguaggio morale, non può essere il
linguaggio di norme e leggi e delle obbligazioni morali, molto meno può sfociare
in mera casistica. La prima e fondamentale esigenza cristiana sarà l’unione a
Cristo e al suo dono pasquale, per vivere con lui e come lui, la nostra risposta
d’amore all’amore trinitario in apertura ai fratelli (Gv 4, 32-34; 19, 20). La
sequela di Cristo consiste in questo, qui radica tanto la debolezza della nostra
fede, come la sua autentica forza, giacché è un incontro tramite un amore
donato.
3.4 La coscienza morale sarà prima di tutto,
coscienza di figli. Ciò che conta non è la legge o il mero obbligo, ma la nostra
relazione con il Padre, per mezzo del Figlio e del suo Spirito. Ê coscienza
aperta all’amore originario e, perciò, aperta a tutti gli uomini e a tutto il
cosmo, giacché tutto è fondato sull’amore trinitario (Ef 1; Col 1).
3.5 Con riferimento al peccato, il fondamento
trinitario della vita cristiana ci fa superare la centralità che molte volte ha
avuto il peccato nella morale cristiana, anche i suoi impianti giuridici o
ritualistici. Il peccato si percepisce in tutta la sua gravità e come
“allontanamento” da questo fondo di gratuità amorosa. Non è allontanamento da
Dio stesso, giacché egli ci ha dato il suo si definitivo in Cristo e nel dono
dello Spirito, ma il nostro personale allontanamento da Dio e dagli uomini. Ci
allontana dall’unico percorso di salvezza, che è l’amore redentore, e situa la
nostra esperienza di fronte all’insuccesso, alla violenza e alla morte.
Percepiamo la forza del peccato come mistero di inquietudine, come opposizione
all’amore redentore e alla sua capacità per raggiungere la croce e la morte, lo
stesso che ci porta al cammino della vita. In Cristo e nel suo dono d’amore,
percepiamo tanto la grandezza dell’esperienza cristiana, come il rischio che
corre l’uomo quando rifuita il cammino d’amore.
3.6 La conversione. Tutta la vita di Gesù e dal suo
insegnamento, possono essere intesi solo come esperienza di sentirsi graditi
dall’amore del Padre. Da qui nasce il desiderio per questo regno di gratuità
totale, che realizziamo uniti in Cristo e per il potere del suo Spirito.
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Conclusione
Come abbiamo indicato più di una volta, si tratta di
recuperare il fondamento teologico della vita cristiana che non è altro che
l’amore trinitario. Una storia lunga e difficile della morale la ha allontanata
sempre più da questo fondamento fino a cadere nella casistica, che può essere
necessaria al momento di discernere la prassi concreta, però mai si deve
arrivare alla dimenticanza della peculiarità dell’esistenza cristiana e del suo
fondamento di senso. Come cristiani, dobbiamo credere prima di tutto nell’amore
incondizionato di Dio Trinità manifestato in Cristo e desideriamo unirci, oltre
ogni prova o dimostrazione umana, a questo mistero d’amore assumendo il mistero
di Gesù come paradigma della nostra vita.
È certo che questo impianto resta a livello di
fondamento del senso della vita cristiana. Questo può sembrare insoddisfacente e
insufficiente per il cristiano che oggi deve prendere importanti decisioni su
tanti campi della vita, alcuni di essi tanto difficili come la bioetica,
l’economia, l’ecologia, la famiglia, la sessualità, ecc. Rispetto a questo
voglio fare solo queste brevi osservazioni con le quali voglio terminare.
- Credo che sia importante e necessario recuperare il
fondamento proprio della prassi cristiana, riconoscendolo come proprio e come il
cammino che definisce la chiesa come comunità di coloro che hanno creduto
nell’amore originario.
- In quanto alla chiarificazione dei temi concreti, è
evidente che oltre questo fondamento espresso nella Scrittura e nel Magistero,
si devono applicare i criteri di razionalità e soggettività che sono propri
della prassi umana. Non possiamo pretendere, in una specie di fondamentalismo,
di trovare nella Scrittura tutte le risposte già date ai problemi morali. La
risposta neanche si può tradurre facilmente dalla Scrittura nella moltitudine di
casi e situazioni concrete. Perciò, sebbene anche per altre ragioni, bisogna
applicare la ragione dialogica. Questo è un cammino al quale il nostro
fondamento teologico non solo ci lascia pienamente aperti, ma è anche un invito
a collaborare con tutti gli uomini di buona volontà. Però, come cristiani, mai
dobbiamo dimenticare il nostro riferimento al Vangelo e alla sua buona notizia
di salvezza che ci offre il Dio trinitario. Qui dobbiamo radicare sempre le
cause della nostra fede e del nostro operare.
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Suggerimenti per il dialogo
1. Fino a che punto la nostra vita cristiana è stata
colpita dal “moralismo” e abbiamo dimenticato il nostro fondamento teologico
trinitario?
2. Dialogare sulla nostra comprensione di Cristo e la
sua opera. Quale connessione ha con il Dio Trinitario? Riflettere sul fondamento
pasquale trinitario della “casa della Trinità”.
3. Dialogare sul cammino pasquale d’amore e dono di
Gesù, come il cammino che ci apre Dio Trinità verso la libertà degli uomini.
4. Riflettere sull’intima e necessaria connessione
della vita morale con la fede e la celebrazione.
TOP QUADERNI
Quaderni
di formazione permanente n. 21
L’opzione per i poveri e gli
schiavi nella missione dei trinitari oggi
INTRODUZIONE
I. QUESTIONI
PRELIMINARI
1. POVERI E SCHIAVI
2. QUALE CATEGORIA DI POVERI E DI
SCHIAVI?
II. PROGETTI E
AZIONE IN FAVORE DEI POVERI E SCHIAVI
1º. Andare alla radice
2º Dalla Trinità
Redentrice
3º Ascoltando il grido dei poveri
4º Avendo una predilezione per i
poveri e gli schiavi
5º Vedendo in essi un sacramento
6º Pregando con il povero
7º Vivendo in povertà
8º Preoccupati per la fede e con gesti
di misericordia
9º E…se siamo fedeli, con la
persecuzione.
DOMANDE PER LA RIFLESSIONE E IL DIALOGO
TOP QUADERNI
Quaderni di formazione
permanente n. 21
L’opzione per i poveri e gli
schiavi nella missione dei trinitari oggi
Gotzon Vélez de Mendizábal
INTRODUZIONE
“Quale maggiore ricchezza
dell’avere come amici
schiavi e poveri! Quale maggior
adorno e
bellezza delle sofferenze e degli
affanni
per i poveri; poiché Cristo,
essendo Dio gli è piaciuto
identificare con essi la sua
persona!”
(San Giovanni Battista della
Concezione III, 91)
Se “il
cristiano non è solo colui che è stato liberato dalla grazia, ma anche colui che
si fa liberatore per grazia e che, come Cristo, è chiamato ad annunciare
giustamente la buona nuova ai poveri e la liberazione agli schiavi"”,
il trinitario è chiamato ad essere il messaggero di questo annuncio e l’apostolo
di questa liberazione per un motivo in più: che il Signore lo ha reso oggetto di
una nuova chiamata e di un nuovo invio verso i poveri e gli schiavi.
Infatti, il Dio
di misericordia, la Trinità redentrice, per la forza dello Spirito ha fatto di
Giovanni de Matha, il destinatario di una elezione e di una grazia o carisma
singolare per l’edificazione della Chiesa. Questa grazia o carisma singolare
(che non è escludente) riguarda la carità redentrice di Giovanni de Matha ha
sentito dalla profonda vivenza amorosa del Dio trino redentore
(Trinità-Redentrice). Affinché questo carisma fosse vissuto in modo speciale
nella Chiesa, Giovanni de Matha è stato eletto da Dio per fondare un Ordine,
l’Ordine della Santissima Trinità e della Redenzione degli Schiavi, in cui tutta
la spiritualità e la sua missione sono attraversate e alimentate da questa linfa
caritativo-redentivo del carisma trinitario. “Se la “Santa Trinità” è il
primo aspetto che delinea l’identità dei trinitari nella Chiesa, il secondo sono
gli schiavi e i poveri".
Perciò “la
missione del trinitario deve essere necessariamente il credere e vivere il
mistero del Dio Amore e annunciarlo come buona notizia di redenzione e
liberazione.
Gli ultimi Papi ci hanno anche ricordato con forza questa nostra missione. Paolo
VI ci esortava ad essere fedeli al nostro carisma di liberazione, liberazione
che lui stesso ha spiegato e promosso nella convergenza con la Parola di Dio e
la dottrina della Chiesa riaffermando l’esemplarità di Cristo, che evangelizza i
piccoli e i poveri, sottolineando che un’autentica evangelizzazione implica
l’annuncio della liberazione, il dovere di aiutare a nascere, di testimoniare in
favore di questa e di agire perché tale liberazione sia totale.
Il Nostro Santo
Riformatore, uno tra i migliori commentatori della nostra regola, se non il
migliore, presenta, sulla nostra missione, un pensiero chiaro e profondo. Perciò
mi è sembrato opportuno arricchire il testo con alcune citazioni dei suoi
scritti.
TOP
I.
QUESTIONI PRELIMINARI
1. POVERI E SCHIAVI
Quando mi è
stato chiesto di sviluppare l’intestazione, mi è stata concessa la facoltà di
cambiarla a mio piacimento. Ho pensato di inserire prima gli schiavi davanti ai
poveri come in Ordo Sanctae Trinitatis et Captivorum, però successivamente mi è
sembrato meglio lasciarlo come stava. Questo non solo perché nella Regola si
provvede prima alle opere di misericordia in generale e dopo si parla di opera
di misericordia specifica della redenzione degli schiavi, ma, soprattutto,
perché la schiavitù, in una comprensione profonda del concetto di povertà, è uno
dei modi più radicali di povertà. Lo schiavo non resta solo spogliato dei suoi
beni, ma della sua libertà, anche se in modo passeggero, ogni oppressione,
ingiustizia, emarginazione, costituisce anche un attentato contro la libertà.
I poveri o gli
umili (gli anawim) sono quelli che a causa della loro povertà e mancanza di
potere, sono anche disprezzati e oppressi. Così lo pensava il nostro Riformatore
quando scriveva: “Fa Signore, che ti possa vedere nel povero, egli è mio
fratello e fratello minore, così piccolo perché molto disprezzato” (III 86).
M. Stenzel
scrive: “Il povero è l’oppresso, l’umiliato, lo schiavizzato".
I poveri sono
gli sfruttati, spogliati legalmente della loro dignità umana, coloro che non
sono riconosciuti come persone dall’ordine sociale esistente. Sono gli esclusi.
Coloro che da soli non possono rivendicare i loro diritti, perciò soffrono e
patiscono fame e sete di giustizia. Sono quelli che non contano nulla, ai quali
Gesù chiama “i piccoli”, i “bambini”, gli “umili”, gli “ultimi”. Sono gli
schiavi moderni.
Per i poveri
Yahvé chiede, per bocca dei profeti, giustizia, sia corporale che spirituale (Am
2,6; Is 3,15; 10,2ss), giustizia che si realizzerà pienamente in Cristo, che
all’inizio della vita pubblica, fece sue le parole di Isaia:
“Lo Spirito del Signore è sopra
di me;
per questo mi ha consacrato con l'unzione,
e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto
messaggio,
per proclamare ai prigionieri la liberazione ” (Lc 4, 18-19)
e ha dichiarato
beati i poveri (Lc 6, 20).
“L’esperienza
del Dio Trinità che è amore e misericordia, i fratelli trinitari la realizzano
con il riscatto degli schiavi cristiani e nella solidarietà con i poveri. Perciò
il santo fondatore appena ha indicato loro la sequela di Cristo, li colloca (2º
articolo della Regola) tra i poveri e gli schiavi, ai quali i trinitari devono
offrire non solo i propri beni, ma incluso le proprie persone".
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2. QUALE CATEGORIA DI POVERI E DI
SCHIAVI?
La missione del
trinitario si inquadra nella missione di Cristo, che nella sua “dichiarazione
programmatica” (Lc 4, 18-19) include preferibilmente i poveri e gli schiavi.
Dunque, essendo questa una missione così ampia e variegata, non dovrebbe
convertirsi in una specie di cassapanca che contiene di tutto, o ciò che pone
dentro avvenga senza criterio.
È così ampio
questo mondo della povertà che noi trinitari potremmo assolutamente sentirci
chiamati a farci presenti in tantissimi campi.
Però, la
dispersione non potrebbe essere un serio ostacolo per la fedeltà al carisma? Un
carisma che valga per tutto, cessa di essere un carisma. Il Capitolo Generale
straordinario del 1999 ha scritto: “i fratelli trinitari, riuniti in Capitolo,
quindi, credono fermamente che la missione misericordiosa-redentiva debba essere
fortemente potenziata e meglio centrata. Il Papa Giovanni Paolo II oggi, come in
un'altra epoca, Innocenzo III... ci ha segnalato i destinatari del nostro
servizio di misericordia e redenzione, cioè: “gli esclusi e gli oppressi della
nostra società e, in particolar modo, i perseguitati e discriminati a causa
della loro fede religiosa, della fedeltà alla loro coscienza o ai valori del
Vangelo".
Penso che una
delle sfide, nelle nostre case, continua ad essere la concretizzazione della
nostra missione, naturalmente, nella fedeltà creativa. Sebbene stiamo
progredendo molto, dobbiamo continuare a lavorare per discernere e “individuare
con forza e audacia missionaria, queste vie sempre nuove di evangelizzazione e
promozione umana”, come ci diceva Giovanni Paolo II nella sua lettera al
Ministro Generale in occasione del VIII centenario dell’approvazione della
Regola.
Si tratta di
non confondere obiettivi e azioni mettendo tutto nel mucchio delle opere di
misericordia. Tenendo presente che San Giovanni de Matha, ha precisato bene che
l’Ordine si sarebbe occupato di poveri e malati; tra le opere di misericordia ne
evidenziò una, la redenzione degli schiavi, che costituisce il “propositum”
dell’Ordine.
Nel linguaggio
scolastico, potremmo dire che la redenzione degli schiavi è in relazione con le
altre opere di misericordia, costituisce il “princeps analogatum”.
Se la
redenzione degli schiavi è l’opera su cui concentrarsi tra quelle di
misericordia, il “princeps analogatum”, è evidente che questo sarà il criterio
fondamentale per eleggere la nostra azione o le azioni liberatrici
preferenziali. La domanda che dobbiamo porci è: Chi sono oggi gli schiavi da
redimere?
Sarebbe
pretenzioso e irresponsabile da parte mia, fare delle concretizzazioni.
Questo è compito dell’Ordine, della Provincia, delle
comunità. Il Capitolo Generale Straordinario del 1999 esortava che “ogni
Provincia e ogni giurisdizione, e in esse ogni casa, abbia un’attività
carismatica concreta, possibilmente condotta in corresponsabilità con la
Famiglia Trinitaria, specialmente con il Laicato, come risposta alle situazioni
di emarginazione e povertà del proprio ambiente. In questa opzione ci si gioca
il futuro: “Chi perde il povero, perde se stesso” (S. Riformatore).
Di fatto già si
sta lavorando su questa linea: schiavi in Sudan a livello generale (SIT),
carcerati, migranti… nei nostri Capitoli Provinciali.
Però, giacché
mi è stato assegnato questo tema, dai segni dei tempi e dalla sensibilità e dal
progresso ottenuto dall’Ordine, mi domando e lascio la risposta alle istanze
citate, se i grandi schiavi di oggi non siano le vittime della struttura
economica mondiale, della struttura globalizzata e ingiusta, che sta aggravando
il problema della povertà e aumentando il numero del poveri, obbligando milioni
di persone ad emigrare, soffrendo perciò le conseguenze di un tremendo
sradicamento della famiglia, del popolo, della cultura…; sono gli espulsi, i
migranti.
Non dovremmo
vedere in essi gli schiavi verso i quali oggi si dirigerebbe nostro Padre San
Giovanni de Matha? Non sono questi gli “euntes et redeuntes” di cui parla la
Regola trinitaria?
Xavier Pikaza
che ha trattato questo tema con la profondità che lo caratterizza, ha scritto
molto tempo fa che questa espressione trinitaria “ci conduce fino al centro
del conflitto di questo mondo: sono milioni e milioni quelli che vanno e
vengono… vagando senza senso, senza tetto, né fraternità sulla terra. Essi
solitari e oppressi, devono essere l’oggetto principale dell’attenzione e delle
cure di tutti quei religiosi che, in qualche modo, hanno il carisma trinitario.
Di fatto, l’Assemblea del 2000 ha realizzato una scelta per la pastorale dei
migranti. In questa stessa linea, l’Assemblea Provinciale del 2003 recita: “dobbiamo
coinvolgerci maggiormente in questo campo e chiede alle parrocchie, ai
collegi, alla pastorale penitenziaria e sanitaria che prestino una speciale
attenzione e aiuto ai migranti".
Dovremmo constatare se non dovremmo passare da “un maggiore coinvolgimento” ad
una scelta preferenziale.
Questa scelta
preferenziale non annullerà altri campi di missione trinitaria o azioni più
concrete di presenza trinitaria come quelle realizzate in tutte le nostre
comunità: malati mentali, anziani, carcerati, ecc… Sebbene, solo così, i
destinatari di queste azioni potrebbero stare pienamente tra le persone alle
quali si riferisce il temine ebreo “anawim”.
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II.
PROGETTI E AZIONE IN FAVORE DEI POVERI E SCHIAVI
1º. Andare alla radice
“Mi sembra
innegabile che la scelta verso i poveri è oggi seriamente in pericolo. Invece di
guadagnare in radicalità, minaccia di rimanere ridotta a ciò che l’antica
ascetica chiamava una “velleità”: un vorrei che non diventa mai un
voglio. Una serie di soluzioni parziali o grandi dichiarazioni che più che
aiutare i poveri, sembra che pretendano di tranquillizzare le nostre coscienze.
Questo si riferisce soprattutto alla nostra situazione sociale e, a livello
inferiore, anche nella nostra situazione ecclesiale".
È evidente che
noi trinitari stiamo compiendo un grande sforzo per riciclare le nostre opere in
favore di una coerenza tra carisma e missione. Ci animava a ciò Giovanni Paolo
II.
Nella citata
lettera al Ministro Generale: “A distanza di otto secoli, un carisma così
singolare… impegna i trinitari a scoprire, con forza e audacia missionaria,
strade sempre nuove di evangelizzazione e di promozione umana come fece San
Giovanni de Matha nella sua vita".
Su questa linea
il Capitolo Generale del 2001 costatava che “lo Spirito Santo sta spingendo con
forza da alcune decadi, la vita religiosa verso i posti di frontiera della
società, verso i “confini”, dove si trovava nel momento della fondazione".
E si chiedeva: “il nostro Ordine non dovrebbe rivedere anche le sue presenze con
più audacia e coraggio?
Però non
dovremmo accontentarci di un riadattamento semplice delle nostre opere
caritativo-redentive.
Possiamo andare
in America, Africa, Asia, e non essere entrati minimamente nella mistica della
liberazione…
Possiamo essere
presenti in molte carceri e quasi non differenziarci dagli altri funzionari che
svolgono il loro lavoro senza nessuna preoccupazione per la “liberazione” dei
carcerati.
Così in tutte
le nostre altre attività: parrocchiali, sanitarie, educative, ecc…
Come dobbiamo
sviluppare, quindi, le nostre attività liberatrici?
È tutto un
processo che spiega molto bene da Xavier Pikaza,
e che in sintesi contiene i passi seguenti:
All’inizio vi è
l’azione liberatrice, azione che dal punto di vista dell’attore implica tre
momenti: incarnarsi, togliere gli ostacoli e creare situazioni di vivibilità per
gli uomini.
Naturalmente,
tutto nell’ottica della carità.
Mettendoci al
posto dell’oppresso bisogna sottolineare la diaconia o il servizio che consiste
nell’aiutare concretamente il bisognoso. Questo servizio liberatore si manifesta
attraverso differenti mediazioni, delle quali le più importanti sono:
- Aiutare
concretamente le persone bisognose
- Offrire
un’educazione che abiliti gli uomini di essere diversi, per liberarsi e liberare
i fratelli.
- Cambiare le
strutture: perché le nuove riducano l’oppressione e contribuiscano a costruire
la solidarietà tra gli uomini. Non si può redimere gli schiavi senza che esista
un progetto di liberazione. È da qui che il trinitario deve lavorare perché
coloro che sono stati liberati continuino ad essere in libertà, propiziando lo
sviluppo della fede, così come la partecipazione comunitaria in un noi che è
riflesso ed è presenza del mistero trinitario.
È necessario
andare alle radici del problema. Questo dobbiamo farlo in modo organizzato,
solidariamente. Questa è una sfida importante anche per la retroguardia.
Nell’azione redentrice del nostro passato, i padri redentori che si trasferivano
nel Nord Africa per realizzare le redenzioni, erano pochi. Però tutta una
infrastruttura, cominciando dalla vita spirituale e materiale dei conventi (la
tertia pars) e terminando con la collaborazione dei laici, appoggiava detta
azione redentrice.
Questa
infrastruttura può tradursi oggi come “solidarietà”. Di fronte alla
globalizzazione economica e culturale, davanti al fenomeno dell’interdipendenza,
dobbiamo rispondere con la globalizzazione della SOLIDARIETÀ:
§ contribuendo
a spingere una cultura della solidarietà in quegli scenari in cui ci muoviamo;
§ prendendo
coscienza e generando coscienza della situazione del mondo;
§ fomentando la
presenza attiva dei cristiani nelle organizzazioni e movimenti che intervengono
nella configurazione della politica, dell’economia, della società e della
cultura;
§ fomentando e
preparando un buono e attualizzato laicato trinitario;
§ fomentando la
presenza di ONG o comitati di solidarietà per paesi;
§ fomentando la
partecipazione in fondi di solidarietà internazionali;
§ vivendo nelle
nostre comunità con generosità, lo spirito della tertia pars, ovvero, lo spirito
della povertà cristiana dalla solidarietà;
§ fomentando,
con testimonianza, la cultura delle beatitudini;
§ esercitando
la denuncia profetica…, divenendo istanza critica nel primo mondo;
§ ecc., ecc.
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2º Dalla Trinità Redentrice
Noi trinitari,
nella nostra vita, nel nostro apostolato dobbiamo sottolineare fortemente,
l’atteggiamento di fede e l’orientamento missionario nell’annuncio esplicito di
Dio Trinità… Però questo annuncio del Dio vivo, rivelato da Gesù Cristo, il
trinitario lo deve realizzare alla luce della Trinità redentrice, della
esperienza vitale ed intima di Cristo Redentore, orientato verso la liberazione.
Così lo spiega S. Giovanni Battista della Concezione: “Cristo scegliendo di
morire in croce per essere salvezza e salvatore degli uomini, è la fonte della
missione liberatrice dell’Ordine che vuole donare e condividere questa salvezza
con i poveri, salvando e liberando gli schiavi” (III, 90).
Xavier Pikaza
scrive a tale riguardo:
“Non si può
confessare la Trinità lasciando dopo che il mondo continui ad essere diviso,
violentato, per mano di pochi che si impongono sugli altri…
Dio si
rivela al mondo tramite il gesto del dono della vita; Gesù liberatore, è il
grande segno trinitario all’interno della storia. Perciò, i fratelli religiosi
che si uniscono a Gesù e continuano la sua opera nel mondo, si rivelano
redentori, dal profondo del mistero trinitario. S’appoggiano sulla Trinità,
pellegrinano verso la pienezza della Trinità, mediante un impegno liberatore
nella storia".
Il trinitario
vive la passione per il Dio vivo di Gesù Cristo, diretta verso l’uomo schiavo e
povero. Quest’uomo che non essendo “rara avis” nel primo mondo, occupa il terzo
e, da lui, è esaltato al primo, contribuendo all’espansione del così chiamato
quarto mondo.
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3º Ascoltando il grido dei poveri
Nell’esortazione apostolica di Paolo VI, Evangelica Testificatio, diretta ai
religiosi, è molto pressante l’invito ad ascoltare attentamente “il grido dei
poveri”, che si innalza dalla loro indigenza personale e dalla miseria
collettiva; questo grido deve trovare il suo eco nelle azioni di pace, di
giustizia e di partecipazione servizievole della loro situazione nell’impegno di
liberarli mediante lo spirito di Cristo che riguarda l’essere totale, che
comprende le dimensioni personali, sociali, politiche, economiche e religiose e
l’insieme delle loro relazioni; si realizza nella storia, ma ha una dimensione
trascendente (Puebla, 475).
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4º Avendo una predilezione per i poveri e gli schiavi
Come la ebbe
Gesù, che si esprime nel suo messaggio di solidarietà con loro; una solidarietà
che non si ferma nell’impegno sociale, ma che lo assume e lo supera,
trasformandosi in azione in ambito spirituale.
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5º Vedendo in essi un sacramento
Da una
prospettiva puramente evangelica, come si deduce da Mt 10, 42; 25, 40-45. Nei
poveri ed esclusi si cura e si serve – o si dimentica – e abbandona allo stesso
Cristo, allo stesso Dio. Sono i vicari di Cristo, come venivano chiamati al
tempo del nostro fondatore.
Così lo
percepiva il nostro Riformatore quando scriveva: “Mirabile interscambio divino,
miei fratelli e sorelle: Dio e il povero; contemplare in Dio il povero e nel
povero Dio!” (III, 85).
La Commissione
Episcopale di Pastorale Sociale Spagnola nel Documento “La Chiesa e i poveri”
afferma: “Potremmo dire che Gesù ci ha lasciato due sacramenti della sua
presenza: uno, sacramentale, all’interno della Comunità: l’Eucaristia; l’altro
esistenziale, nel quartiere e nel popolo, nella casetta della periferia, negli
emarginati, negli infermi di AIDS, negli anziani abbandonati, negli affamati,
nei drogati… Lì si trova Gesù con una presenza drammatica e urgente, chiamandoci
da lontano perché ci avvicinassimo, diventassimo prossimi del Signore, per farci
la grazia inestimabile di aiutarci quando noi li aiutiamo” (n. 22).
Quest’ultimo
pensiero lo esprime meravigliosamente il nostro Riformatore: “Oh fratelli e
signori miei, se smettessimo di vedere i benefici che ci vengono da queste
immagini, mi riferisco ai poveri, non ci staccheremmo assolutamente da essi!...,
perché, se siamo il loro sostegno corporale, loro sono per noi quello spirituale”
(III, 77).
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6º Pregando con il povero
Abbiamo detto
che, nella redenzione degli schiavi, l’azione redentrice si appoggiava anche
sulla vita spirituale. I poveri e gli schiavi non possono rimanere esclusi dalla
nostra preghiera comunitaria e personale. San Giovanni Battista della Concezione
scrisse: “nella preghiera... si trovano i sentimenti più chiari, più aperti
per sentire le grida del povero, che, afflitto e senza aiuto, sta aspettando
quello di Dio e degli uomini” (III, 75).
“La prima
scuola di preghiera è costituita dai gemiti, non solo dei malati, ma di milioni
di esseri che, come gruppo sociale, soffrono la fame, l’ingiustizia,
l’oppressione, qualunque sia la loro religione, credo o atteggiamento
spirituale: il grido del Terzo Mondo, dei migranti e dei rifugiati politici, di
quelli che sono stati incarcerati ingiustamente e dei torturati, degli affamati
e degli schiavi. Il loro grido è il prolungamento nella storia di quello di Gesù
crocifisso, che si identifica misteriosamente con tutti i crocifissi di questo
mondo (Mt 25)…
Solo con questa
solidarietà attenta alle grida dei poveri, la Chiesa potrà imparare a pregare
nuovamente, senza il rischio di alienazione né di infantilismo. I poveri di
questo mondo e i poveri della Chiesa, costituiscono oggi la scuola più autentica
ed evangelica di preghiera, la mediazione storica necessaria per imparare
nuovamente a pregare. Fuori di questo ascolto dei poveri, ogni preghiera,
compresa quella liturgic